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Nel 2003 Giancarlo Abete era vice-presidente della Figc, guidata all’epoca da Franco Carraro. Il collasso del sistema era previsto e prevedibile già a quei tempi. Abete, su indicazione del Consiglio, fu incaricato di preparare una riforma dei campionati per ridurre in termini numerici l’area professionistica.

Il progetto elaborato da Abete era semplice: serie A (18 squadre), serie B (due gironi da 36) e serie C (tre gironi da 18). In totale 108 club. All’interno e all’esterno del Consiglio federale le proteste montarono. I bastoni messi tra le ruote furono tali e tanti da determinare il fallimento del progetto.

Tutto restò come prima, anzi peggio. L’estate fu contrassegnata da una serie di vertenze clamorose (il caso-Catania sollevato da Luciano Gaucci e la storiaccia delle fidejussioni false) che portarono addirittura a un sovradimensionamento del format. Il numero delle società, infatti, salì da 128 a 132. Una pletora del tutto insostenibile già a quei tempi, tenuto conto delle risorse disponibili.

Sono passati sette anni dal 2003, annus horribilis nella storia del calcio italiano e punto di partenza dello sfascio attuale. Nulla si è spostato di una virgola. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il sistema è stato trascinato verso una deriva da cui faticherà anni a tirarsi fuori.

La storia come sempre si ripete. Da tempo ha smesso di essere magistra vitae e si potrebbero dunque ripetere esattamente gli stessi errori, stavolta con esiti esiziali.

Nel 2010 il presidente della Figc è lo stesso che, nel 2003, aveva ricevuto l’incarico di programmare la riforma. A differenza di allora Abete vive oggi da una posizione di vertice lo sfascio del sistema certificato dal fallimento della Nazionale, dallo scivolamento dei club nel Ranking Uefa, dalla perdita di prestigio a livello internazionale (Euro 2012 e 2016) e dall’ecatombe sancita il 16 luglio scorso dal Consiglio federale da lui diretto.

Abete, come allora Carraro, ha affidato al suo vice-presidente Mario Macalli la delega per rifondare l’area professionistica. Le motivazioni del 2003 sono, oggi, ancora più stringenti. L’urgenza di rifondazione assai più pressante. Una folla di 132 squadre non è più sostenibile. Le risorse attuali e il cambiamento in corso (scissione tra A e B, possibile distacco tra A e Figc) la consentono ancora meno di allora.

Di fronte a una situazione così drammatica l’auspicio è che si riesca finalmente a partorire il drastico ridimensionamento del format professionistico che il vice-presidente Abete non riuscì a pilotare nel 2003.

Stavolta per lui, capo indiscusso del sistema calcio, non ci saranno alibi. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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