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Gli avvisi ai naviganti sono ricorrenti. Il calcio non ce la fa più a stare in piedi, schiacciato da debiti strabordanti. I (pingui) ricavi non riescono a pareggiare le (stratosferiche) spese, che se ne vanno soprattutto in stipendi a giocatori strapagati. Gli investimenti latitano e compromettono la crescita futura.

I bilanci sono in profondo rosso, un po’ dovunque. I continui passaggi di mano dei club esprimono una liquidità ridotta ai minimi termini e testimoniano che magnati disposti a svenarsi ce ne sono sempre meno. Per il calcio l’età dell’oro è tramontata da un pezzo e bisognerebbe che tutti se ne rendessero conto. Il sistema è investito da una bufera finanziaria che rischia di spazzare via tutto, se qualcuno non si deciderà a correre ai ripari.

La Premier League inglese è schiacciata dal peso di una massa debitoria salita alla ragguardevole cifra di 3miliardi e mezzo di euro (800 milioni dei quali imputabili al solo Manchester United). La serie A italiana, con un deficit di quasi 2miliardi di euro, si piazza in una posizione di tutto rispetto in questa graduatoria al contrario. Anche la (virtuosa) Bundesliga tedesca, nonostante la meritoria politica messa in atto per contenere i costi, ha un rosso di 610milioni di euro (il 45% per appannaggio del solo Shalke04).

In Inghilterra il Portsmouth (club della Premier che ha cambiato sei proprietari in un anno), è andato in amministrazione controllata in corso di campionato. In Belgio, il Royal Mouscron è stata la prima squadra che partecipa a un campionato di massima serie europeo ad essere cancellata a torneo in corso. In Italia si traccheggia e ci si affida al solito stellone italico. Nella speranza che i vari Berlusconi, Moratti e compagnia cantando continuino a mettere mano ai loro patrimoni personali per sanare i bilanci. Oppure che l’improbabile tycoon di turno (paracadutato da chissà dove per fare chissà che cosa) si metta al collo la sciarpa del club lasciandosi andare a promesse che, lui per primo, sa di non poter mantenere.

La situazione italiana è aggravata dal gap legato all’obsolescenza di stadi decrepiti, dalla mancanza di ricavi alternativi a quelli delle pay tv e da un dislivello tecnico ormai sotto gli occhi di tutti. L’eliminazione della Nazionale di Lippi al primo turno del mondiale sudafricano, lo scivolamento in undicesima posizione nel Ranking Fifa e in quarta nel Ranking Uefa stanno a dimostrarlo. Senza contare che, anche in tema di sicurezza, nel Belpaese la navigazione sembra procedere a vista. La panacea sembra essere la malvista e discutibile Tessera del tifoso.

Di fronte a questo sfascio, anziché leggere di proposte condivise che rendano il sistema più sostenibile di quanto ormai non sia, dilaga nel Belpaese un provincialismo mentale diffuso a (quasi) tutti i livelli che induce a non guardare oltre gli angusti confini del proprio orticello e provocherà presto danni irreparabili.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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