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Sergio Mutolo

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L’Italia è un paese per vecchi. I giovani non hanno lo spazio che dovrebbero avere, nel calcio come nella vita. La gerontocrazia al potere blocca ogni tentativo di cambiamento, in tutti i settori (nella foto, scuola calcio a Pordenone)

Nel disastrato pianeta pallonaro lo provano il doppio flop ravvicinato della Nazionale maggiore al Mondiale sudafricano e di quella Under 19 al campionato europeo Uefa che si sta giocando in Francia.

Gli Azzurri di Lippi schieravano una delle squadre più vecchie del torneo. La quarta per età media (28,2 anni) dopo Inghilterra (28,7), Brasile (28,6) e Australia (28,4). Sono stati buttati fuori al primo turno dalla giovane Slovacchia, che ha inflitto all’ex Belpaese una lezione esemplare da cui tarderemo non poco a risollevarci.

Gli Azzurrini di Piscedda escono mestamente dall’Europeo Uefa di categoria. In tre partite hanno collezionato solo un punto (pareggio senza reti con la Croazia) e incassato due sonore sconfitte (0-2 con il Portogallo e 0-3 con la Spagna). L’Under 19 torna a casa con la coda tra le gambe, ultima nel suo girone senza aver segnato lo straccio di un gol. Una resa grave, che segna anche la cancellazione della Under 20 dal Mondiale programmato in Colombia.

Piscedda se l’è presa con i club, che non collaborano e non rischiano. La base su cui contare è troppo ristretta e formata da giocatori tecnicamente validi, ma senza alcuna significativa esperienza agonistica in campo nazionale e (men che meno) internazionale.

Il tecnico ha ragione da vendere. Una recente inchiesta del quotidiano Avvenire dimostra che le rose dei club di serie A sono strabordanti di calciatori anziani. Il Milan di Berlusconi è il capofila di questa classifica in negativo, con un’età media superiore ai 29 anni della squadra schierata la scorsa stagione.

Le poche società che puntano sui giovani, lo fanno affidandosi a giocatori di importazione. Si è giustamente osservato che l’Udinese, club che lo scorso anno vantava l’età media più bassa (poco più di 25 anni), ha pochissimi italiani in rosa.

La responsabilità maggiore di questo sfascio pesa sulla Figc del presidente Giancarlo Abete. La Federcalcio non ha saputo orientare, come sarebbe stato in suo potere, le politiche societarie. Ha colpevolmente trascurato di incentivare i vivai.

Ora ci si è incaponiti sulla riduzione del numero di extracomunitari. Assai più logico sarebbe stato imporre alla serie A un numero minimo di giocatori italiani a referto (almeno sei per ogni partita giocata). Una strategia perdente in partenza, quella di Abete, che serve solo ad alimentare il muro contro muro con la categoria guidata dal presidente Beretta

Sempre il quotidiano Avvenire informa che appena l 12,5% dei calciatori di serie A proviene dai vivai (la media europea si aggira intorno al 22%). Il gap con il calcio europeo spiega la deriva italiana. In Francia questa percentuale sfiora il 30 per cento, la Spagna è attestata poco al di sotto del 25, l’Inghilterra è al 17,5, la Germania al 17.

In termini di investimenti, quelli dei club italiani sui vivai sono molto bassi. Inter, Milan e Juventus mettono sul piatto 5 milioni di euro ciascuna (appena il 2,5% del loro fatturato). Cifre irrisorie, lontane anni luce dal budget specifico che mettono a disposizione in Spagna club virtuosi come il Barcellona (vera stella polare in materia).

Non è un caso dunque se la nazionale iberica ha vinto prima gli Europei e poi il Mondiale sudafricano, mentre si prepara a lasciare il segno anche sul campionato europeo Uefa Under 19.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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