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Il sistema calcio italiano traballa pericolosamente sotto i colpi di una crisi travolgente. Nessun settore del mondo pallonaro è risparmiato.

La Lega Pro, base della impresentabile piramide cui affluisce una pletora di 132 società professionistiche, è da anni alla canna del gas. Se sono saltate 20 squadre, tra Prima e Seconda Divisione, è solo perché il Consiglio federale ha deciso di usare la mano leggera nell’applicare le regole. La pratica indecente dei ripescaggi (ogni anno si continua a ripetere che è l’ultimo) non riuscirà stavolta a ripristinare lo strabordante format di una categoria senza mission che annovera addirittura 90 club (a meno di valutare con molta clemenza i requisiti delle poche aspiranti).

La serie B viaggia sugli stessi livelli critici della Lega Pro. Se ancora la crisi non ha prodotto in cadetteria le stragi consumate in terza e quarta divisione è solo perché, come osserva il presidente Macalli, le maglie della rete normativa sono più larghe e le società possono contare sull’ombrello protettivo dei diritti televisivi. La retrocessione in Lega Pro smaschera il bluff. I club d B, quando l’evento si verifica, spariscono quasi tutti.

La serie A si appresta a disputare l’ennesima stagione della sua storia contando unicamente sui proventi incassati dai diritti televisivi. I fiumi di parole prodotti da Beretta e dagli altri presidenti di club, che occupano giornalmente tutti gli spazi mediatici possibili, non sono stati capaci finora di partorire alcun progetto serio per diversificare le risorse. Il flebile calciomercato in corso, con i club italiani soccombenti su tutto il fronte per carenza di liquidità rispetto a quelli europei, ne è l’ovvia conseguenza. Una situazione destinata a peggiorare quando l’Uefa di Platini introdurrà, nel 2011, il fair-play finanziario. Nel Ranking Uefa l’Italia è scivolata al quarto posto, scavalcata da una Germania che sarà sempre più ostica da rimontare. Gli stadi in cui si gioca sono fatiscenti. La Tessera del tifoso darà il definitivo colpo di grazia alle presenze negli stadi.

Le rappresentative azzurre vanno a fondo una dietro l’altra. L’Italia è scivolata in undicesima posizione nel Ranking Fifa. La Nazionale di Lippi, campione del mondo, è tornata a casa dal Sud Africa con la coda tra le gambe senza neppure una vittoria all’attivo. La Under 19 del ct Piscedda, all’Europeo Uefa, è stata sbattuta fuori da ultima in classifica del suo girone senza aver segnato lo straccio di una rete. Una debacle che comporta l’esclusione dal Mondiale 2010 in Colombia. Resta l’Under 21 di Casiraghi, impegnata a sfruttare contro Bosnia e Galles le residue speranze di arrivare alla fase finale dell’Europeo di categoria in Danimarca.

Di fronte a questo sfascio megalitico sarebbe arrivato il momento di azzerare tutto e provare a ripartire. Come si fa (si dovrebbe fare) dopo un’inondazione o un uragano che ha spazzato via le certezze di una vita.

Invece si rimane a contemplare le macerie che circondano tutto intorno i piccoli spazi sicuri nei quali ciascuno resta fieramente asserragliato, indisponibile a cedere anche un solo millimetro del “suo” territorio.

Si continua ad andare per la propria strada in ordine sparso, insensibili ai drammi degli altri e inabili a porvi riparo, spinti dalla difesa delle poltrone che si occupano e dalla manaicale cura dell’orticello che si continua a zappettare da anni.

Ma quando arriverà per il calcio italiano il momento di dire basta e di promuovere un radicale cambiamento del sistema? Se non ora, quando?

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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