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La Tessera del tifoso, strumento introdotto e voluto dal ministro degli Interni Roberto Maroni, non piace a molti anche se si segnala un adattamento alle nuove normative. Resta da capire come si sia arrivati a questo tipo di provvedimento, per quale motivo si sono prese determinate decisioni. Qui non si tratta di capire di chi è la colpa, ma indagare perché si è arrivati a questi provvedimenti. L’abbiamo detto e ripetuto centinaia di volte: il tifoso a nostro avviso è l’anello più debole di tutto il sistema calcio. Il soggetto da sfruttare, salvo poi accusarlo in caso di problemi.

Ma allora è tutta colpa del sistema calcio? Certamente no, anche i tifosi hanno la loro parte di demerito in questa situazione. La memoria ci porta verso la metà degli anni ’70, quando il fenomeno del tifo organizzato faceva i suoi primi passi. L’idea di riunire un gruppo di tifosi sotto un’unica effigie di per sé non era sbagliata: oltre a migliorare la qualità dell’incitamento verso i propri beniamini, questi gruppi formavano una vera propria comunità. All’interno – oltre ad organizzare coreografie, trasferte e gadget vari – ci si preoccupava anche di aiutare chi materialmente era in difficoltà.

Sovente si dava vita a collette per dare sostegno ai tifosi meno ambienti, dando loro la possibilità di seguire la propria squadra del cuore. Gesti nobili, che spesso passavano in secondo piano rispetto a brutti fatti di cronaca che riguardavano comunque una piccola minoranza. Come ogni congrega che si rispetti, anche i vari gruppi organizzati avevano il loro capo e, a volte, più di uno. Un leader carismatico in grado dirappresentare la maggioranza del gruppo. Spesso però questo, o questi, erano scelti per caratteristiche particolari.

Nel tempo la figura del leader ha assunto sempre maggior peso. Per questo motivo, all’interno del gruppo, si sono verificate vere e proprie lotte per sostenere il proprio candidato. Non si trattava più di carisma, ma anche di un giro di soldi da gestire (che, spesso, rappresentava un vero e proprio tesoretto). Ma fin qui i vari gruppi hanno funzionato a dovere, con i loro difetti ma anche con molti pregi da pochi riconosciuti.

La svolta in negativo, per quanto riguarda l’organizzazione dei gruppi, la si registra attorno alla fine degli anni ’70, inizio anni ’80. All’interno delle frange iniziano a farsi spazio ideologie politiche, spesso legate al territorio. E’ qui che iniziano i primi problemi nella gestione del tifo organizzato. Rotture interne, spesso caratterizzate da scontri fisici, primi sentimenti di “odio” non più meramente legati alla rivalità sportiva, ma anche alla fazione politica di appartenenza.

Si inizia a imitare un modello inglese deteriore proprio degli “Hooligans”, che anteponevano alll’evento sportivo una sorta di caccia al “nemico”. Un avversario invisibile che spesso veniva identificato nella opposta tifoseria, piuttosto che nella polizia. Sempre più di frequente sulle curve italiane comparivano striscioni e simboli dedicati a ideologie politiche e personaggi del passato che ne potessero rafforzare il pensiero. A mio personalissimo parere, questo è stato il vero punto di non ritorno del tifo italiano, troppo occupato nell’andare contro gli altri piuttosto che a favore dei propri colori.

Ciò che ne è scaturito, da allora a oggi, è storia recente: fatta di scontri, di morti assurde come quelle di Raciti e di Sandri. Su questo non voglio soffermarmi più di tanto non perché non meriti cenno, ma perché è mia convinzione che la morte non ha alcun tipo di colore o di appartenenza. Sono fermamente convinto che non sarà una tessera a far cambiare le cose, quando invece ci vorrebbe una seria volontà di cambiare da parte di tutti che sembra ancora una chimera.

Se però, per qualche oscura ragione, questo strumento dovesse funzionare, allora ben venga se potrà riportare le nostre curve a splendere come negli anni che furono.

Stefano Cordeschi – www.calciopress.net

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