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C’è stato un tempo in cui al calcio si giocava la domenica e la partita era una sorta di rito al quale i tifosi partecipavano quasi religiosamente. In merito ho letto una bella riflessione sulla Fiorentina, che vorrei condividere con i lettori di Calciopress e che perciò riporto integralmente. Compare sul sito Dodicesimo Uomo la voce dei tifosi viola e ci riporta all’epoca in cui ancora lo stadio di Firenze si chiamava Comunale. Lungi dall’essere assimilabile a un patetico “amarcord” è viceversa un richiamo alla memoria, che dovrebbe fungere sempre da guida per proiettarsi in un futuro che è poi quello che stiamo vivendo. Come amano ripetere i tifosi dell’Hellas Verona, i fantastici “butei” non a caso gemellati con i loro omologhi viola, solo “le radici profonde non gelano”. Era più patetico il calcio che si giocava la domenica al Comunale di Firenze o non lo è piuttosto l’aborto in cui lo hanno trasformato al tempo delle pay tv? (Sergio Mutolo)

“La Domenica, l’arrivo del giorno più atteso. Si cominciava a pensare alla Domenica dal Lunedì e nel caso di sconfitta dalla Domenica stessa. La settimana veniva vissuta nei bar, nei club con una tale intensità che non esistono parole per descriverla. La mattina già alle 10,00 intorno allo stadio era un tripudio di bandiere, di tifosi con i famosi cuscinetti (che fine hanno fatto?). Ai bar “volavano” birre e il “mitico caffè sport Borghetti”, specialmente nelle giornate più fredde. Ma non si sostava molto fuori perché trovare un posto in curva già a mezzogiorno diventava una vera e propria impresa. Potevi sentire da fuori quei cori forti e potenti che rimbalzavano in Fiesole e dovevi entrare, dovevi essere partecipe, anche se il campo era ancora vuoto, se la tifoseria avversaria non era arrivata, cantare era un rito irrinunciabile. Ed entrare significava fare lunghe file ma non per tornelli od altro, semplicemente perché eravamo tantissimi. Quando la squadra avversaria provava a mettere la testa fuori dal tunnel degli spogliatoi, ogni settore li bombardava di fischi, cori e velocemente rientravano dentro. In curva suonavano le trombe, si distribuivano i fogli di giornale ritagliati che venivano lanciati alla lettura delle formazioni, si preparavano i fumogeni e i più “fortunati” potevano scaldare i muscoli del braccio cominciando a ritmare con i tamburi. Il “Comunale” era sempre stracolmo, si fosse giocato per non retrocedere, oppure per altri obiettivi (poche volte). Lo striscione e il coro “resteremo in A” erano di casa in curva. Ma indipendentemente dalla squadra, da chi scendeva in campo, tifare per quella maglia era un senso di appartenenza, era l’espressione di una città che si divideva su tutto e si riuniva magicamente quando scendeva in campo la Fiorentina. Si mangiava in curva panini preparati a casa, si divideva il bere con quello vicino anche se non lo conoscevi. Questi gesti univano, cementavano legami che una volta nati, in quella curva erano destinati a durare a lungo, se non per sempre. Era l’essere tutti insieme a sostenere una squadra che soffriva e ti faceva soffrire ma sapevi che te, che quelle migliaia di persone erano il calcio, erano la Fiorentina, Firenze, che senza di loro il calcio non sarebbe esistito. Fuori dal centro della curva c’erano i maniaci delle radio, che ti aggiornavano sui risultati dagli altri campi, e trovavi sempre qualcuno alla fine del primo tempo o della partita in cerca dei parziali o dei finali per consultare la schedina. Il bello è che nella concitazione del momento, nell’essere preda di quello che accadeva in campo, non esistevano due soli “maniaci di tutto il calcio minuto per minuto”, capaci di darti lo stesso risultato per la stessa partita. Nel giro di un minuto potevi passare dall’aver fatto tredici, dodici a miseri cinque, quattro, con conseguente depressione e imprecazione. Poi via a vedere 90° minuto, senza un filo di voce e se non avevi perso, perché altrimenti il tuo pensiero era subito alla Domenica successiva, perché quella era finita e cominciava il conto alla rovescia”.

Redazioneweb – www.calciopress.net

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