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Guanti portiereIl calcio moderno, asservito alle pay tv e al business costi quel che costi, sta creando danni forse irreparabili. Il vecchio caro football ha però la capacità di passare indenne attraverso mille bufere. Ogni volta sa rinascere dalle sue ceneri. Forse anche per questo è lo sport più bello e più seguito al mondo.

Hanno trasmesso in televisione, su La 7, uno spettacolo di Marco Paolini dal titolo “Miserabili. Io e Margaret Thatcher”. L’attore, accompagnato in scena dal trio Mercanti di Liquore, racconta la metamorfosi del mercato del lavoro. Riuscendo paradossalmente a suscitare, almeno dentro di me, alcune riflessioni sul pianeta calcio italiano.

Tanti gli argomenti trattati in questa godibile performance. Su tutti aleggia il fantasma di Margaret Thatcher, l’artefice della riforma del mercato del lavoro inglese negli anni della rivoluzione post-industriale. Fu mandata in pensione perché considerata ormai vecchia, ma aveva 63 anni. Facile l’ironia di Paolini: “Da noi non l’avrebbero neanche ammessa all’asilo d’infanzia di Montecitorio”.

Il mondo pallonaro italiano avrebbe bisogno come il pane di una ventata d’aria fresca. Di una rivoluzione copernicana che nessuno scandalo, per deflagrante che sia, è riuscito finora a innescare. Ogni volta sembra che si sia toccato il fondo e che sia arrivata la volta di risalire la china. Ma invece non succede niente e tutto resta, desolatamente, come era prima.

Il fatto è che il calcio moderno, quello del business a tutti i costi, è stato costruito in Italia da una dirigenza (federale e di lega) vecchia, sia anagraficamente che biologicamente. Dunque è nato già vecchio. Non poteva che essere un obbrobrio, quale a posteriori si è dimostrato.

In molti altri paesi europei il calcio è stato trasformato in un’impresa. E però in nessuno, come nella nostra povera Italia, l’impresa si è poi rivelata così fallimentare. E’ stato già detto, ma vale la pena reiterarlo. Perché, come dicevano i nostri antenati latini, repetita iuvant.

Senza i provvidenziali cavalieri bianchi inviati dal destino (o da chissà chi altro), alcune importanti città sarebbero state per anni private delle loro storiche maglie nel calcio che conta. Senza Della Valle, De Laurentiis, Zamparini e Cairo che ne sarebbe stato di Fiorentina, Napoli, Palermo e Torino? Laddove questo meccanismo non si è messo in moto, il calcio è stato seppellito per sempre ovvero resta confinato in posizioni periferiche.

Il difetto, come sempre, sta nel manico. Tutte le poltrone che contano sono saldamente occupate dai soliti noti che, da lustri, dominano la scena. La loro carta d’identità è di per sè sinonimo di immobilismo. Nessuno, da noi, ha il buon senso di capire quando è arrivata l’ora di farsi da parte. E si continuano ad aggiungere, inesorabilmente, danni su danni.

Parafrasando il sagace Paolini quando parla del paese Italia, gli uomini che gestiscono il pianeta calcio italiano sono ormai simili a donne mature un po’ sfasciate. Ricostruite da lifting spesso impietosi, crudeli e di indole forse puttana. Proprio il genere femminile che tutti quanti noi (credo) vorremmo evitare, piuttosto che incontrare. Cosa aspettarsi da costoro se non il peggio che si può avere dalla vita?

Nonostante tutto gli italiani al calcio vogliono ancora bene. Anzi, ne sono innamorati pazzi. Basterebbe solo che cambiasse il manico. Occorrerebbero avere a che fare, sempre parafrasando il bravo Paolini, con donne vere. Capaci di suscitare emozioni forti e scariche adrenaliniche. Se così fosse, cioè se il necessario cambiamento dei vertici si realizzasse davvero, allora anche il calcio trasformato in impresa potrebbe (forse) tornare a una nuova vita.

“Ti piace far la stronza e farmi disperare, ma so che un giorno o l’altro ti rivedrò a ballare”. Così Paolini, nella ballata finale del suo spettacolo. Si riferisce non a una donna, ma all’Italia che ama visceralmente. Nella cui rinascita spera, e crede.

Anche il calcio, forse, tornerà a ballare. Perché è ciclicamente avvenuto nella sua lunga storia. E perché nella vita, quando si parla di cose che si amano nel profondo, la speranza deve essere sempre l’ultima a morire.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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