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Dopo l’estate di sangue che ha portato alla cancellazione di un club di serie B (l’Ancona) e di venti società di Lega Pro (tra Prima e Seconda Divisione), il presidente della Figc Giancarlo Abete (nella foto) aveva deciso di correre ai ripari. L’obiettivo avrebbe dovuto essere quello di arrestare un’emorragia legata a filo doppio con l’insostenibile ipertrofia dei campionati professionistici italiani.

Il format della Federcalcio prevede a norma di statuto 132 club professionistici, distribuiti in tre Leghe di competenza (serie A, serie B e Lega Pro). In realtà quest’anno, nonostante la robusta iniezione di ripescaggi (dalla prossima stagione dovrebbero essere aboliti, ma è una vita che si dice di farlo…), i club professionistici iscritti sono stati 128. Mancano all’appello quattro società di Seconda Divisione, in quanto l’organico non è stato ripristinato per mancanza di domande.

Nel Consiglio federale del 16 luglio, in cui era stato sancito il tracollo di cui sopra, il presidente Abete aveva dato mandato ai suoi vice di cominciare a lavorare sulle riforme. Si sarebbero dovute varare due commissioni. Una per la riforma dello Statuto federale, preliminare a ogni tipo di intervento in rapporto alla necessità di rimuovere il diritto di veto che può bloccare tutto in qualsiasi momento, presieduta dal vice di Abete Tavecchio (LND). L’altra, per la riforma dei campionati, presieduta dal secondo vice federale Macalli (Lega Pro).

Come c’era da aspettarsi non si è mosso un bel niente. In Italia tra il dire e il fare c’è di mezzo la “e”, una piccola congiunzione capace di bloccare qualsiasi tipo di iniziativa. Da allora sono passati più di due mesi. Tavecchio e Macalli hanno convocato finora due riunioni, da loro stessi definite assolutamente inutili. Le varie componenti consultate hanno al più dato delega formale ai loro legali di riferimento. Mercoledì prossimo dovrebbe essere convocata la terza riunione. Visto l’andazzo tutto italiano con cui si procede, potrebbe anche essere l’ultima.

Diventa sempre più ineluttabile che la riforma dei campionati non potrà scattare, come si sarebbe potuto (dovuto) fare, a partire dalla stagione 2011. Tutto slitterà a chissà quando.

Il calcio italiano continuerà a dibattersi tra fallimenti, ripescaggi, fideiussioni, contributi a fondo perduto, calciomercato senza soldi, livello tecnico in caduta libera, stadi sempre più vuoti e il caravanserraglio che ne discende. A scapito dei (poveri) tifosi che, alla fine, si butteranno tutto quanto alle spalle per dedicarsi a se stessi.

Come è stato detto, l’Italia non è un paese per leader. Senza leader, di cui si intravede la mancanza in tutti i campi, un paese non ha presente né futuro. Nella vita come nel calcio, che della vita è metafora. 

Calcio, la desolante attesa del modello italiano

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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