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90° Minuto” ha compiuto ieri quaranta anni (nella foto, l’indimenticabile Paolo Valenti). La storica trasmissione Rai è nata infatti il 27 settembre 1970. Per celebrare questo anniversario ne sono state scritte di cotte e di crude. La sostanza di questi interventi, più o meno retorici e celebratori, è che tutto è cambiato nel calcio come nella vita. E, dunque, anche nel modo di raccontare le partite in televisione. Piaccia o non piaccia, le cose stanno così. Eppure è sbagliato pensare che i tifosi, architrave del sistema, debbano subire tutto e il contrario di tutto passivamente. Avremmo voluto scrivere qualcosa sull’argomento anche noi di Calciopress, per uscire dalla routine quotidiana del giornale che è spesso deludente e mediocre visti i tempi che corrono per il calcio italiano. Ci accingevamo a farlo quando abbiamo trovato la riflessione che vi proponiamo. Compare su Dodicesimo Uomo la voce dei tifosi viola (l’autore è Gabriele Costa). Ci è piaciuta non poco e perciò vorremmo condividerla con i nostri lettori. Lo abbiamo già fatto per altri argomenti trattati con passione e competenza da questo pregevole sito web che si occupa di Fiorentina e non solo (Sergio Mutolo).

Domenica, ore 18,30. Era, e più o meno è ancora, l’orario di inizio di Novantesimo minuto. Ma le analogie fra quello della mia giovinezza (per intendersi quello di tutti gli anni Ottanta) e quello di ora, forse finiscono qui.

Parlare del passato a volte rischia di apparire come un’operazione studiata a tavolino, come un “vintage” che non passa mai di moda e che si ripropone quando non si sa come riempire la pagina, ma, giuro, questa volta non è così.

Parlare del calcio che fu, infatti, è per molti della mia generazione, una necessità ineludibile, per cercare di rimanere aggrappati a questo gioco che ci piace tanto e che ormai stentiamo a riconoscere, travolto da tv e merchandising, marketing e repressione.

Così, come quando all’improvviso una canzone o un film ti riportano ad un amore di gioventù, sempre più spesso nella mente mi balenano lampi di un passato individuale, calcistico e televisivo, che ormai è solo un lontano ricordo.

Mi ricordo, all’improvviso, che il cross si chiamava traversone, che il “dai e vai” non esisteva se non nel basket e quello del calcio si chiamava triangolo, che si dribblava o al massimo si scartava (e per imparare si giocava a scartino) ma mai ci saremmo sognati di “saltare un uomo”, che al gol si esultava baciando il compagno di squadra e che quando si giocava in casa si era vestiti di viola con le righe bianche e in trasferta di bianco con le righe viola.

Mi ricordo dei saluti di Luigi Necco che mimavano il numero dei gol del Napoli, dei colletti inamidati e spropositati di Giorgio Bubba da Genova, del terrore che accompagnava Tonino Carino all’idea di andare in onda, del riporto di Franco Strippoli che era grande quanto la periferia di Bari, di Marcello Giannini da Firenze che mostrava al mondo “il gol molto splendido di Giancarlo Antognoni”, di Ferruccio Gard che raccontava lo scudetto del Verona, di Galeazzi col cappello che si chinava per intervistare Maradona, di Gianni Vasino, di Piero Pasini che morì dopo un goal di Vierchowod mentre faceva la radiocronaca di Bologna Fiorentina, di Cesare Castellotti, di Rolando Nutini che fu una meteora almeno quanto la Pistoiese in serie A.

Mi ricordo soprattutto di Paolo Valenti e mi ricordo la lacrima che rigò il viso di mio babbo quando Fabrizio Maffei, rigorosamente a Novantesimo minuto la domenica dopo la sua scomparsa, disse che era tifoso della Fiorentina e mi ricordo l’emozione quando altre strade della mia vita mi portarono per caso a fare sport nel palasport Paolo Valenti vicino a Piazza Dalmazia.

Mi ricordo infinite partite “dietro il palazzo”, mentre oggi – lo so perché con i giovanissimi ho la fortuna di lavorarci – non si riescono a convincere dei bambini a giocare con due zaini al posto delle porte perché “non c’è la traversa…” e non si vedono le righe del campo.

Mi ricordo che per l’esame di terza media cercai di consegnare il compito di italiano più velocemente possibile perché mi aspettava l’ennesima “tedesca” sul sagrato della chiesa di San Lorenzo. Oggi è vietato anche sedercisi.

Perché è cambiato il calcio, almeno quanto è cambiato il mondo. Perché quando io e i miei vicini giocavamo per la strada, le mamme del mio palazzo si affacciavano a turno a vedere che succedeva, mentre oggi i miei vicini nemmeno li conosco e probabilmente, visto come va il mondo, se li conoscessi sicuramente passerei molto del mio tempo a cercare un buon motivo per odiarli.

Ci piaceva giocare e vedere giocare, ed era naturale che per vedere si dovesse andare allo stadio e dopo velocemente a casa entro le 18:30. Oggi ci piacerebbe continuare a giocare e vedere giocare, ma il giocattolo non ci piace più (Gabriele Costa)”. 

Redazioneweb – www.calciopress.net

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