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L’intervista rilasciata ieri da Marco Tardelli al quotidiano Repubblica non è piaciuta ai vertici dello sport italiano. Nel suo polemico intervento, l’ex centrocampista dell’Italia che si aggiudicò il Mundial ’82 in Spagna (divenuto nel tempo icona di una vittoria immortalata dalla sua corsa sfrenata) ha chiesto le dimissioni del presidente della Figc.

Tardelli sostiene che i flop delle Nazionali azzurre a livello giovanile dovrebbero (devono) pur avere un responsabile. Secondo regole etiche non scritte, ma pur sempre regole, toccherebbe (tocca) a chi si trova sulla poltrona di vertice di un sistema farsi carico del suo fallimento. Così la pensa l’ex ct di una Under 21 diversamente vincente rispetto a quella di Casiraghi. Non uno qualsiasi, dunque, ma un addetto ai lavori con tutte le carte in regola.

Il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, lascia che sia il suo omologo del Coni, Gianni Petrucci, ad assumersi la difesa d’ufficio di una Figc sempre più nella bufera e che però non deve fare (stranamente) i conti con alcun tipo di opposizione interna.

Petrucci fa sapere di non aver gradito le parole di Tardelli. Anzi, gli hanno procurato molta tristezza e lo hanno addolorato. Secondo il numero uno del Coni da un campione del mondo, che ha vestito la maglia azzurra e ha partecipato alle Olimpiadi allenando l’Italia, non ci si apetterebbero certe “sparate” sulla Figc e su Abete che rappresentano una caduta di gusto e di stile.

Abbastanza paradossale che – di fronte a un sistema calcio alla deriva che sta dilapidando montagne di milioni di euro in investimenti senza ritorno – si possa ancora parlare di “caduta di gusto e di stile” e si pretenda di impedire, a chi ha  tutti i titoli per farlo, di esprimere il proprio punto di vista in merito. Il delitto di lesa maestà, in Italia, non esiste più da un bel pezzo.

Dal presidente della Figc, piuttosto che la delega a terzi di una difesa d’ufficio debole e stantia, ci si attenderebbe ben altro piglio. Nel momento in cui lui stesso ammette che “c’è un problema complessivo di competitività del sistema calcio a livello di nazionali (senza contare ciò che sta accadendo a livello di club, ndr)”, come ha fatto per commentare il flop delle sue rappresentative giovanili, si certifica in buona sostanza un fallimento che è soprattutto il suo.

A un dirigente di vertice come Abete non si chiedono (inutili) riflessioni a voce alta, che spetterebbero (spettano) ad altri, nè di sentirsi dire che “occorre un lavoro in profondità, non basta cambiare un giocatore”. Si chiederebbero (chiedono), viceversa, programmi a medio-lungo termine illustrati da subito nelle dovute sedi istituzionali. Si vorrebbe (vuole) sapere come stanno procedendo i lavori di Tavecchio e Macalli, vice-presidenti federali incaricati (quattro mesi fa!) di progettare la riforma dello statuto e del format dei campionati professionistici italiani. Si pretenderebbe (pretende) che siano almeno presentati i programmi e i risultati via via ottenuti da Baggio, Rivera e Sacchi.

Di fronte a un sistema che sta andando alla deriva e la cui perdita di prestigio a livello internazionale è ai minimi termini – si aspetta di conoscere l’esito dell’inchiesta Uefa su Italia-Serbia, ma gli slavi parleranno a Nyon di organizzazione italiana catastrofica nella folle notte di Marassi – il tempo delle parole è finito da un pezzo.

Se proprio Abete le dimissioni  non le vuole presentare, che almeno accetti le critiche e cominci a far girare fatti (e programmi). In molti la pensano come Tardelli, fino a prova contraria libero di esternare le propie riflessioni a un sistema che dovrebbe essere aperto alle critiche costruttive e non chiudersi a bozzolo su se stesso.

La desolante attesa del modello italiano

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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