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Lo sciopero dei calciatori sarebbe l’ultima tegola a cadere sulla testa di un sistema che traballa in modo pauroso. L’esito imprevisto e imprevedibile (scandaloso?) di una trattativa mai decollata. L’ennesimo segno di decadenza della nostra povera italietta – chiunque sia reduce da soggiorni all’estero sa come il nostro prestigio internazionale sia ormai in caduta libera e non solo in ambito calcistico – dove nessuno è più capace di decidere un bel niente.

La partita a tre che vede in campo Figc, Lega Serie A e Aic va ben oltre il rinnovo di un contratto collettivo di lavoro lasciato malamente scadere a giugno tra l’indifferenza generale. Sembra (è) in atto uno scontro di ben altra portata tra la Federcalcio e la Confindustria del pallone. Sono in gioco poteri e equilibri di altra caratura.

Nella vertenza Lega-Aic la Figc non sa che pesci prendere, inchiodata da responsabilità istituzionali rispetto alle quali viene meno il decisionismo che sarebbe necessario. Il presidente Abete, preso atto della immanente rottura tra club e calciatori, sta pensando di no­minare un commissario ad acta. Prima però i vertici federali devono chiedere un parere all’Alta Corte di Giustizia presso il Coni, per non incorrere nel rischio di ricorsi della Lega alla magistratura ordinaria. La Corte dovrà fornire le opportune delucidazioni su “funzioni ed effetti” della figura commissariale, definirne le caratteristiche e delinearne la legittimità giuridica. L’eventuale commissario avrà tempo fino al 30 no­vembre per scrivere il contratto in modo autonomo, cercando di mettere tutti (?) d’accordo.

Nel frattempo l’Aic resta sempre sul piede di guerra. Almeno a parole, l’Assocalciatori di Campana e Grosso non sembra affatto disposta a fare marcia indietro sullo sciopero. E’ possibile però che non accada nulla prima del 30 novembre, per rispetto degli accordi presi con la Figc e considerato che vicepresidente federale è pur sempre un uomo Aic (Demetrio Albertini). Tutto potrebbe essere rinviato a dicembre.

Per la Lega del presidente Beretta la contesa sul contratto con l’Aic è solo una tappa verso lo sganciamento della Confindustria del calcio dal resto di un sistema che ormai boccheggia e con il quale non si vorrebbe più avere rapporti. Un pianeta dal quale i club della Serie A vogliono rapidamente andarsene, costruendosi addosso un modello del tutto simile a quello della Premier League. Dopo la norma sugli extracomunitari imposta da Abete, la Lega ha iniziato a disertare il Consiglio federale realizzando una rottura nei fatti. Lo scontro con l’Aic sul contratto assume i caratteri di un’altra prova di forza sulla quale Beretta non sembra disponibile a cedimenti. La Serie A vuole ben altro peso di quello attuale nel governo del calcio. Ha tutte le intenzioni di cambiare gli equi­libri in atto, sfruttando la forza che gli viene dai soldi delle pay tv. In questa direzione va il documento presentato alla Commissione Statuto diretta da Carlo Ta­vecchio, vicepresidente federale e presidente della potente LND. La commissione insediata da Abete dopo l’ecatombe decretata dal Consiglio federale a luglio, quando restarono sul campo le spoglie di un club di B e venti di Lega Pro, si riunisce il 30 novembre. Il peso della Lega in Figc (attualmente A e B insieme fanno solo il 17%), dovrà radicalmente cambiare. Diversamente lo scontro  sarà inevitabile. Il futuro del calcio italiano sarà ridisegnato, forse, molto prima di quanto si creda. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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