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Il caos nel quale si muove il calcio italiano, sempre più simile a un caravanserraglio dove comandano tutti e nessuno, si avvia (inesorabilmente) verso un punto di non ritorno. Il 2010 è stato un annus horribilis. A livello nazionale e internazionale la frana che sta travolgendo il sistema sembra inarrestabile. Le scosse telluriche sono continue e finiranno per minarne le fragili fondamenta.

La Lega Serie A, dopo la rottura di fatto con la Figc del presidente Abete (disertare i Consigli Federali è diventata la regola) e la controversia con l’Aic sul contratto collettivo di lavoro dei calciatori (la trattativa non si è mossa di un centimetro dal giugno scorso e potrebbe portare a uno sciopero indecoroso), non è riuscita ancora ad affrontare e risolvere l’ennesimo caso spinoso.

La definizione dei bacini di utenza, in base ai quali suddividere una quota rilevante dei diritti televisivi incassati dalle pay tv (in pratica la sola fonte di sostentamento di club alla canna del gas), è ancora in alto mare. Tutto scaturisce dalla legge Melandri-Gentiloni, entrata in vigore nel febbraio di quest’anno per regolare la vendita collettiva dei diritti tv e avvantaggiare le società medio-piccole fin qui stritolate dalle big.

La cifra globale che i venti club di serie A TIM si spartiranno è di tutto rispetto e ammonta a circa 806 milioni di euro. In base alla normativa in vigore il 40% di questo importo sarà suddiviso in parti uguali (la quota fissa è dunque di 16 milioni per ogni club), il 30% in base ai risultati sportivi (una quota variabile comunque regolata da precisi criteri) e il 30% tenuto conto del bacino di utenza (anche in questo caso l’introito sarà variabile, derivando per il 5% dal dato certo della popolazione residente nel Comune e per il rimanente 25% dalla aleatoria quota dei tifosi in carico).

Ballano dunque 201 milioni di euro. Il fatto è che i club della massima serie nazionale non hanno ancora deciso come spartirsi questa rilevante fetta della torta. Sono andati avanti con proroghe che, finora, hanno impedito lo scoppio del bubbone.

Il momento del redde rationem si avvicina però a larghe falcate. La crisi del Bologna, e quella per ora soffusa della Roma, sono i campanelli di allarme di uno stato economico critico e pronto a implodere. Di fatto il club felsineo del presidente Sergio Porcedda ha utilizzato fino a settembre i proventi delle pay tv. Finiti quelli, in casa rossoblù il banco rischia di saltare.

Sul punto il presidente Beretta cercherà di mettere d’accordo presidenti sempre più riottosi a rispettare regole e criteri condivisi. Ognuno cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino, senza capire che così facendo si spinge il sistema verso la fossa.

Come valutare la “quota tifosi” dei singoli club? Qui casca l’asino. Tutti vogliono passare avanti a tutti, puntando su criteri vantaggiosi per il proprio orticello. Il rischio è, se prevarranno certi punti di vista, che alcune società sarebbero fortemente penalizzate. Il Palermo porterebbe a casa dalla voce bacini di utenza appena 3 milioni e il Napoli 21 (nonostante il suo stuolo di sostenitori), a fronte di una Juventus che ne incasserebbe quasi 50. Senza contare che, a club come il Cesena, toccherebbero solo le briciole (149.400 euro!).

Allineare presidenti bellicosi e focosi come De Laurentiis e Zamparini non sarà un’impresa facile per il povero Beretta, sempre più fragile vaso di coccio tra (troppi) vasi di ferro. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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