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Sergio Mutolo

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In una fase particolarmente aspra per il sistema Italia in generale, e per il sistema calcio in particolare, non si sentiva davvero il bisogno di una serrata dei calciatori di Serie A TIM. Si parla di professionisti che hanno tutte le ragioni di questo mondo quando si tratta di tutelare al meglio i propri diritti, ma che sono comunque profumatamente pagati dai rispettivi datori di lavoro.

E’ un dato di fatto che, tra gli elementi di dissesto del mondo pallonaro italiano, un posto di primo piano spetta all’eccessiva incidenza dei costi di gestione. Gli stipendi dei giocatori erodono la gran parte dei pingui proventi versati dalle pay tv nelle casse delle venti società della massima serie nazionale. Si tratta di una circostanza sulla quale varrebbe la pena di riflettere a fondo quando ci si imbarca in certe battaglie.

La decisone dei calciatori di proclamare uno stop in coincidenza con la 16a giornata di campionato rappresenta una sconfitta pesante soprattutto per chi ha condotto le trattative con l’Aic di Sergio Campana e Leonardo Grosso. Oltre al presidente della Lega Beretta, sono scesi in campo anche la Figc di Abete e il Coni di Petrucci. Nulla da fare. L’Assocalciatori ha deciso che l’11 e il 12 dicembre non si giocherà.

Quando un accordo non si trova, la responsabilità non può ricadere solo su una delle parti in causa e va (più o meno equamente) distribuita tra i contendenti. Certo è che il contratto collettivo di lavoro era scaduto a giugno: si sono fatti passare sei mesi tra inutili traccheggiamenti, sull’onda di una linea tristemente “politichese” che non ha portato da nessuna parte.

Resta da osservare, infine, che non è certo la Serie A a rappresentare l’anello debole del sistema calcio. Assurdo anche solo ipotizzarlo, considerati tutti i soldi fin qui drenati grazie ai diritti televisivi. Il fatto che siano stati poi malamente investiti, come dimostra la paralisi sistemica del nostro povero calcio, è un’altra brutta storia. Se una decisione simile è stata presa dai calciatori della massima serie nazionale, cosa dovrebbero fare allora i loro sfortunati colleghi della Lega Pro?

Tra Prima e Seconda Divisione non si conta il numero di società in ritardo con il pagamento degli stipendi. Nella sua veste di coordinatore della Commissione Riforma Campionati insediata dal Consiglio federale a luglio, Mario Macalli (presidente della Lega di Firenze e vice-presidente della Federacalcio) è stato lapidario in proposito.

Se il campionato cominciasse a gennaio 2011, più della metà dei club di terza e quarta serie nazionale non potrebbero iscriversi. Si parla di 40-45 società su 85 in gravi difficoltà economiche. Un dato che si aggiunge al bagno di sangue della scorsa estate, quando venti club di Lega pro furono cancellati dal panorama professionistico nazionale.

Partendo da questi numeri terrificanti, come mai in Lega Pro di scioperi non si parla mai? E come mai l’Aic non mostra i muscoli anche per difendere l’anello veramente debole della catena? Queste sono le domande. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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