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Il calcio italiano, sfuggito clamorosamente di mano a dirigenti inadeguati al ruolo, rotola verso il baratro tra l’indifferenza (quasi) generale. Nessuno si meraviglia più di niente, qualunque cosa accada. Tutto viene considerato normale. La rassegnazione e l’apatia finiscono per minare la coscienza di chi dovrebbe vigilare. Gli umani si lasciano andare, da sempre, quando le cose vanno alla deriva.

“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era un tempo di fede, era un tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta”.

Il famoso incipit di A tale of two cities (scritto da Charles Dickens per raccontare la Londra del 1859) riflette nella sua duplicità lo stato d’animo del tifoso medio italiano, prigioniero di un sogno che la realtà sta facendo evaporare.

Il calcio moderno è lontano anni luce dal prototipo che aveva attratto milioni di uomini e donne, fidelizzandoli al punto da trasformare la passione (amore) per le maglie in un vero e proprio mestiere. Il mestiere del tifoso, che li avrebbe accompagnati per tutto il corso della vita, prescindeva dal lavoro quotidiano necessario per sbarcare il lunario. Era la bolla in cui trovare rifugio nei momenti bui. Il posto delle fragole che ciascuno si sceglieva a propria immagine e somiglianza.

Ha osservato Stefano Benni, in uno scritto apparso su Repubblica.it a proposito del dramma che sta vivendo la squadra del Bologna, che “Il calcio non è il cuore della cultura, ma è cultura popolare, interclassista, condivisa. Non ci sono solo gli ultrà. Ci sono persone di ogni età che hanno voglia e sereno bisogno di divertirsi. Per questo il calcio è cultura, coltiva sogni e socialità”. Il bello di questo sport è che è fatto per sognatori, sostiene Benni, ma è governato da farabutti. Come non condividere questa amara e realistica riflessione?

In Italia più che altrove, il calcio moderno sta spappolando i sogni dei tifosi. Quasi senza rendersene conto si inizia a prendere le distanze da quelle maglie portate dentro da una vita. Gli stadi si svuotano, la passione si allenta, l’amore in certi casi diventa quasi molesto. Il diffuso senso di precarietà finisce per recidere un fil rouge che si pensava forgiato nell’acciaio. Quando si lasciano evaporare i sogni dei tifosi, per il calcio è il principio della fine. 

Tifosi, il lato etico del calcio

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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