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L’Italia è scivolata in quarta posizione nel Ranking Uefa. Inghilterra e Spagna sono ormai in fuga, irraggiungibili per un inseguitore spompato come l’ex Belpaese. La Premier e la Liga hanno saputo imboccare per tempo la via delle riforme, dando vita a modelli organizzativi (soprattutto quello inglese) discutibili quanto si vuole e però avanti anni luce rispetto alla spocchiosa inconcludenza italica.

La Bundesliga, che ci sta ha soffiato la terza posizione nella classifica europea, si è rapidamente allineata. La Germania dispone oggi degli stadi più belli e confortevoli d’Europa, ha saputo realizzare a sua volta un modello tedesco vincente in prospettiva di robustezza dei bilanci (quelli dei club teutonici sono oggi i migliori dell’Unione Europea) e ha messo a punto una politica virtuosa per il contenimento del costo dei biglietti.

Il calcio italiano, viceversa, va lentamente alla deriva. Paga la mancanza di un qualsiasi modello di riferimento che non si è finora neppure cercato di costruire, forse perché richiederebbe (richiede) scelte troppo deflagranti per un paese fermo in mezzo al guado a compiacersi dei suoi (inguaribili?) difetti. Nelle stanze dei bottoni si continua ad arrampicarsi sui vetri e ci si perde in pistolotti inabili a tradursi in fatti concreti, quasi a voler mantenere (costi quel costi) uno status quo vantaggioso soltanto per i soliti noti.

Eppure un intervento è ormai indifferibile, come ha capito anche il presidente della Figc, Giancarlo Abete. In Italia la crisi economica morde più che altrove. Mette a rischio la sopravvivenza dei club professionistici, che da noi sono una pletora a fronte di risorse ormai troppo limitate per poter essere distribuite a pioggia per risolvere i bisogni di così tante squadre.

Gli stadi sono i più decrepiti d’Europa e non invitano certo ad assistere alle partite dal vivo. Il livello tecnico è in discesa, perché i campioni preferiscono esibirsi davanti a palcoscenici europei più ricchi di appeal. Il tema della sicurezza è ben lungi dall’essere risolto, né si può pensare di farlo a colpi di divieti o imponendo l’introduzione di strumenti (impropri e temerari) come la Tessera del tifoso. Acquistare i biglietti, tra l’altro venduti a prezzi improponibili, è un problema di stato.

Così il pubblico si allontana e gli stadi in Italia si svuotano. In Inghilterra, Spagna e Germania sono sempre pieni ai limiti della capienza. Da noi sembra restare sulle barricate solo una frangia limitata di vecchi appassionati. Il ricambio generazionale in grado di assicurare il futuro di questo sport è di là da venire.

Tutto il sistema italiano rimane appeso così al sostegno delle pay tv, che alimenta in percentuale la quasi totalità dei costi. Sui diritti tv si combattono (si combatteranno) battaglie epocali. Di incrementare gli introiti da stadio e da marketing non se ne parla proprio. Verrà il giorno che anche Murdoch e Sky si stancheranno di trasmettere partite messe in onda da stadi decrepiti e desolatamente vuoti, perché dai suoi salotti la gente vuole assistere a spettacoli colorati.

Nell’attesa proustiana di un modello italiano da troppo tempo atteso e vanamente promesso che segni la svolta di un sistema avvitato su se stesso, la luce potrebbe a un certo punto spegnersi sul nostro calcio. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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