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Per Gianni Brera il calcio è metafora della vita, come sosteneva anche Sartre. Riassume, nella sua essenza, le complesse dinamiche delle storie umane nella loro individualità. Per Francesco Alberoni (“L’ottimismo”) le storie e le esistenze degli umani sono l’esemplare sintesi di una partita di football: somma di numeri enormi di azioni combinate, e ogni volta ripetute, che non dovrebbero portare mai a considerare un risultato come sancito fino al fischio finale.

Anzi no, è la vita metafora del calcio. Così la pensa il filosofo Sergio Givone. Se dunque una società, la sua cultura e gli individui che la costituiscono sono decadenti, il calcio lo diventa a sua volta.

Il panorama del calcio italiano si presenta, oggi, deludente e desolante come tutto il resto che lo circonda. Strategie affannose, affarismo allo stato puro, taroccamenti più o meno espliciti, spirito di competizione tradito, furbetti del quartierino dietro ogni angolo, giochini societari perversi, dirigenze inadeguate.

Tutto, anche nel calcio, finisce dunque per riflettere gli opachi atteggiamenti e le oblique strategie della società di riferimento. Ciò significa che gli uomini che ci stanno sopra (e quelli che ci stanno dentro) sono, per la maggior parte, sciatti e prevedibili nei loro comportamenti tanto quanto il contesto di cui sono l’espressione. Salvo poche e meritevoli eccezioni.

Il fatto è che la creatività e la fantasia, di cui gli italiani universalmente erano accreditati, si stanno scolorando. Dov’è finito il genio individuale e lo spirito di squadra di cui andavamo tanto fieri? Per i quali eravamo, ovunque, invidiati e copiati? Non è più sufficiente, in un mondo così globale e arrembante, appigliarsi al trito luogo comune del sentirsi superiori in virtù di doti che ci hanno reso celebri e ricchi nella storia del tempo ma le cui tracce sono oggi davvero labili.

Un paese fervido e vitale si rifletterebbe in un panorama calcistico ben diverso da quello con cui ci troviamo a che fare. Capeggiato da dirigenti che fanno la propria parte e ci danno dentro fino allo stremo. Chiedendo il massimo a se stessi per riuscire a garantire altrettanto al movimento del quale sono alla testa.

Perché impegno e volontà di crescita dovrebbero essere la missione, non il semplice 0bbligo, di un dirigente sportivo. La nostra sta diventando invece, nel calcio come nella vita, la cultura del minimo sforzo e dell’approssimazione. Coltivata nella fuorviante aspettativa che le cose si metteranno comunque a posto. E che lo stellone, in un modo o nell’altro, alla fine ci proteggerà. Eppure di casuale resta ben poco, in un mondo che è diventato un libro aperto.

Ecco così che siamo subissati dalle opportunità mancate solo per accontentare tutti, dalla mancanza del senso di responsabilità. Salvo scaricare tutte le colpe di quello che poi va male sull’altro da noi, sull’assente, sul più debole o sull’indifendibile.

Perché, in fin dei conti, si vorrebbe che quanto accade non fosse mai davvero colpa di qualcuno e meno che mai nostra. Perché si sbaglia e si perde, nella vita, sempre per colpa degli altri. Allo stesso modo in cui, dopo una partita di calcio che non si è conclusa come si sperava, si cerca di giustificare la sconfitta scaricandola sugli arbitri, sugli avversari antisportivi, sui dirigenti dell’avversario abili a infilarsi nelle stanze dei bottoni. Oggi è così. E domani chi accuseremo?

 

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