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BlanchflowerAnche per ragioni anagrafiche non saranno in molti, tra quelli che seguono il calcio moderno, a ricordare il nome di Danny Blanchflower. Stiamo parlando infatti del secolo scorso. Correva l’anno 1961.

Robert Dennis Blanchflower, centrocampista nordirlandese (Belfast 1926-1993) e due volte giocatore dell’anno della FWA nel 1958 e nel 1961, se n’è andato da un pezzo a giocare le sue partite sui prati verdi dell’aldilà.

Nel 1961 il popolare Danny era capitano del Tottenham Hotspur, squadra londinese della Premier League che gioca le sue gare al White Hart Lane e primo club inglese del ventesimo secolo a centrare la prestigiosa doppietta. Cioè ad aggiudicarsi, nella stessa stagione, il campionato inglese e la FA Cup (la Coppa nazionale alla quale partecipano in Inghilterra sia le squadre professionistiche che quelle dilettantistiche).

Blanchflower aveva una sua idea eroica e romantica del calcio. Essa si riassume in una riflessione che forse non tutti conoscono e che perciò ci piace riproporre, paradigma di una percezione di questo bellissimo sport che l’era del business sta definitivamente cancellando.

“L’errore peggiore è pensare che quello che conta più di tutto di una partita sia vincere. Niente affatto. Quello che conta è la gloria. E’ giocare con stile, con bellezza, è andare in campo e travolgere l’avversario, non aspettare che sia l’avversario a farsi avanti e così morire di noia”.

Come accade per ogni aforisma che si rispetti, non occorrono particolari interpretazioni. Si tratta di parole semplicemente da leggere, rileggere e meditare.

Ennio Flaiano – geniale sostenitore della minoranza silenziosa, sagace anticipatore del futuro e caustico interprete delle contraddizioni della sua epoca – sosteneva che i valori, a causa della ripetitività che domina la società dei media sono portati a perdere di senso, di spessore, di serietà, di verità. Tutto diventa provvisorio, interscambiabile, generatore di noia e di un cinismo di massa. 

Parafrasando Shakespeare, irrideva i suoi tempi dicendo che si fa tanto rumore per tutto, anche per ciò che meriterebbe solo un fragoroso silenzio. Esattamente quello che dovrebbe avvolgere l’urlato calcio moderno, uno sport che sta inesorabilmente perdendo l’anima. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

 

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