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Pallone sgonfio anticaMolti tifosi (soprattutto gli ultras) si arrabbiano quando sentono parlare di modello inglese. Anzi, vanno quasi in bestia. Il fatto è che l’organizzazione del calcio d’Oltre Manica si è dimostrata finora largamente vincente rispetto alla nostra, in tutte le categorie (dalla prima alla quarta divisione nazionale). A livello di gestione una cosa è avere a che fare con 132 club professionistici, come accade da noi. Ben altra trafficare con un sistema agile e malleabile come quello britannico, con le sue 92 squadre suddivise in quattro categorie. E poi gli stadi inglesi (quasi tutti di proprietà anche nella Football League 1, la nostra Prima Divisione) sono confortevoli e (forse anche per questo) sempre pieni di gente, nonostante i biglietti siano molto più cari che da noi e la crisi economica anche lassù sia tutt’altro che tenera da sopportare.

Però c’è anche un modello tedesco con stadi colmi ai limiti della capienza, anche perché in Germania i biglietti d’ingresso alle partite sono i meno cari d’Europa (e se ci sono riusciti loro, perché non dobbiamo riuscirci anche noi?).

E c’è infine un modello spagnolo, nonostante la crisi stia pesantemente investendo molte società della Liga. Anche in territorio iberico gli stadi sono sempre piuttosto pieni e costruiti per il comfort degli spettatori. Un vero piacere assistere alle partite. Insomma tutto un altro affare rispetto a quanto ci tocca vedere nel nostro disastrato sistema.

Il fatto è che, in Italia, si è perso da un pezzo il ricordo di un “modello” che non esiste ormai da lustri. Si naviga a vista. Il calcio moderno, quello che è stato plasmato a misura della pay tv, solo da noi sta debilitando le ultime resistenze di una tifoseria che prima aveva pochi paragoni in Europa.

Manca una qualsiasi politica per i tifosi. In tema di sicurezza negli stadi, ormai decrepiti e fatiscenti, siamo nelle mani di una serie di controllori istituzionali che non partoriscono (quasi) mai decisioni univoche e valide sul tutto il territorio nazionale. Sia che si parli di vendita dei biglietti il giorno della partita, come pure di coreografie e introduzione degli striscioni.

Se esiste un modello italiano, esso si è ormai auto-confinato nella scelta indiscriminata di vietare le trasferte e di impedire l’accesso del pubblico negli stadi. Ciò avviene con misure preventive che sono anche e soprattutto punitive nei confronti della parte sana del tifo, quella che costituisce pur sempre la maggioranza del pubblico che assiste dal vivo alle partite. Ecco così gli stadi vuoti, la deriva del calcio nostrano e il disincanto degli appassionati.

Pensare che la Tessera del tifoso possa essere la panacea di tutti i mali e illudersi che l’Osservatorio del Viminale riesca in un’impresa che non è riuscita finora, appare allo stato delle cose poco più che un paradosso.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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