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Sergio Mutolo

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(Calciopress – Sergio Mutolo) Nelle Coppe europee l’Italia ha lasciato per strada sei squadre su sette. L’Inter di Leonardo, in campo il 15 marzo contro il Bayern Monaco all’Allianz Arena, è l’ultima ancora di salvezza per la malandata navicella di Giancarlo Abete. Un nocchiero che naviga a vista e sembra aver perso la bussola. Il presidente della Figc non sa più cosa fare per turare le falle che si aprono a ripetizione.

A due mesi dalle finali il calcio italiano corre il rischio dell’azzeramento in ambito internazionale. Una iattura per l’intero sistema mediatico (pay tv, televisioni in chiaro, quotidiani sportivi e non), di cui solo a bocce ferme si capiranno le effettive conseguenze.

La Serie A Tim è scivolata in quarta posizione nel Ranking Uefa. Inghilterra e Spagna sono ormai in fuga, irraggiungibili per un inseguitore spompato come l’ex Belpaese (QUI i particolari, ndr).

La Premier e la Liga hanno saputo imboccare per tempo la via delle riforme, dando vita a modelli organizzativi invidiabili. Soprattutto quello inglese, discutibile quanto si vuole e però anni luce avanti rispetto alla spocchiosa inconcludenza italica (QUI i particolari, ndr).

La Bundesliga, che ci sta ha soffiato la terza posizione nella classifica basata sul coefficiente dell’ultimo quinquennio, si è rapidamente allineata. La Germania dispone oggi degli stadi più belli e confortevoli d’Europa, ha saputo realizzare a sua volta un modello vincente per la robustezza dei bilanci (quelli dei club teutonici sono i migliori dell’Unione Europea) e ha messo a punto una politica virtuosa per il contenimento del costo dei biglietti.

Il calcio italiano, viceversa, è stato mandato inesorabilmente alla deriva. Paga la mancanza di un qualsiasi modello di riferimento che non si è finora neppure cercato di costruire, forse perché richiederebbe (richiede) scelte troppo deflagranti per un paese impantanato. Nelle stanze dei bottoni si continua ad arrampicarsi sugli specchi, affidandosi a inutili pistolotti verbali che non si traducono mai in fatti concreti. Quasi a voler mantenere (costi quel costi) il desolante status quo a vantaggio dei soliti noti.

Eppure un intervento è ormai indifferibile. In Italia la crisi economica morde più che altrove. Mette a rischio la stessa sopravvivenza dei club professionistici (soprattutto in Prima e Seconda Divisione di Lega Pro, come ha capito da tempo il presidente Macalli). Da noi sono una pletora, ormai insostenibile a fronte di risorse troppo limitate per poter essere distribuite a pioggia su così tante squadre.

Gli stadi sono i più decrepiti d’Europa e non invitano certo ad assistere alle partite dal vivo. I terreni di gioco dissestati e tinteggiati con vernice fresca. Il livello tecnico in calo verticale, perché i campioni preferiscono esibirsi davanti a palcoscenici europei più ricchi di appeal. Il tema della sicurezza ben lungi dall’essere risolto con il ricorso a incomprensibili divieti ovvero a una card (impropria e temeraria) come la Tessera del tifoso. Acquistare i biglietti, venduti a prezzi improponibili, è in Italia un problema di stato.

Il pubblico si allontana, gli stadi si svuotano. Come mai in Inghilterra, Spagna e Germania sono sempre pieni ai limiti della capienza? Da noi sembra resistere sulle barricate solo una frangia limitata di vecchi appassionati. Il ricambio generazionale, il solo in grado di assicurare il futuro di questo sport, è di là da venire.

Tutto il sistema italiano resta aggrappato al sostegno economico delle pay tv, che attraverso generosi diritti televisivi hanno coperto finora la quasi totalità dei costi. Di incrementare ticketing (gli introiti da stadio) e marketing non se ne parla proprio. Verrà il giorno che anche Sky e Mediaset si stancheranno di trasmettere partite da stadi decrepiti e desolatamente vuoti, perché anche dai salotti la gente vuole assistere a spettacoli colorati.

Nell’attesa proustiana di un modello italiano che imprima la svolta a un sistema avvitato su se stesso, sul nostro calcio la luce sembra vicina a spegnersi. L’anno zero è vicino più di quanto non si creda. Possibile che ai vertici nessuno se ne renda ancora conto?

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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