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(Calciopress – Emma Rotini) Pep Guardiola (nella foto) ha già tenuto tra le mani la Coppa per alzarla verso il cielo. Aveva 21 anni. Era il 20 maggio 1992.

Quel giorno il Barcellona si aggiudicò la finale di Champions battendo a Wembley la Sampdoria. Pep era un giovane giocatore con la capigliatura ancora folta. Uno che in campo non riusciva a stare zitto. Rovesciava di continuo sui compagni consigli, suggerimenti, urla. Una furia vocale.

Dopo 19 anni la storia si ripete. Ancora Wembley. Ancora una Finale di Champions. Cambia l’avversario, che stavolta è il Manchester United (QUI i particolari sull’addio di Van der Saar). Cambia il ruolo, perché stavolta Pep starà a soffrire in panchina (anche se la sua furia vocale forse più intensa). Cambia anche la testa. A 40 anni la folta capigliatura di una volta non c’è più, stremata dallo stress che la vita di tecnico gli sta provocando.

Guardiola ha vissuta quasi tutta la vita da calciatore con la maglia del Barcellona appiccicata addosso. Ha cominciato dalla “cantera” (QUI i particolari sulla celebre Masìa dove il club cresce i suoi giovani) e ha trascorso nel club catalano quasi tutta la carriera (salvo un paio di incursioni in Italia tra Brescia e Roma). E’ tornato nel 2007 come allenatore. In veste di tecnico ha conquistato la finale di Champions dopo l’ultimo campionato vinto.

Pep dice che il suo tempo da queste parti potrebbe essere alla fine: “Prima o poi lascerò, non si può rimanere in eterno in un club simile”. Difficile ceredergli. Parole dettate dalla testa, non certo dal cuore.

Emma Rotiniwww.calciopress.net

 

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