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(Calciopress – Sergio Mutolo) Solo a medio-lungo termine sarà possibile valutare la catastrofe. Il calcio è stato stravolto da pay tv fin troppo intrusive (vige di fatto il duopolio Sky-Mediaset). Le abitudini dei tifosi italiani sono state ribaltate. E’ sotto gli occhi di tutti lo svuotamento degli stadi di Serie A Tim, determinato dagli orari assurdi in cui si giocano le partite e dalla spalmatura del campionato in tutti i giorni della settimana. L’arroganza dimostrata dai club e dalle televisioni a pagamento nei confronti dei tifosi da stadio e degli abbonati ha superato ogni ragionevole limite. Sky e Mediaset, con la connivenza dei vertici del nostro sistema pallonaro, hanno frantumato le ultime resistenze. L’errore di fondo è stato appiattirsi sul modello inglese, senza tenere conto della peculiarità del tifo italiano rispetto a quello d’oltre Manica.

La pay tv in Inghilterra – Il modello inglese di televisione a pagamento, in Europa, ha messo a disposizione dei club montagne di soldi. Non a caso ha costituito e costituisce, per le società italiane e non solo, un modello da emulare. Si tratta però di conoscerne a fondo i meccanismi. Solo così sarà possibile valutare se sia stato o meno giustificato pensare di esportarlo da quel contesto al nostro. In Inghilterra la pay tv è nata nel 1992, cioè diciotto anni fa. All’inizio l’affare valeva 191 milioni di sterline. Poi è cresciuto in modo quasi esponenziale nel corso degli anni. Il controvalore, per il periodo 2007-2010, si attestato alla considerevole cifra di 1.700 milioni di sterline. Sky, per non incorrere negli strali dell’Antitrust dell’UE, ha rinunciato al suo monopolio. Nella Premier League si contano sei pacchetti diversi: quattro appannaggio di BSkyB e due di Setanta. Senza entrare nello specifico dell’offerta, si deve comunque precisare che lo spezzettamento è totale. Ciò per garantire al tifoso da poltrona il maggior numero possibile di partite, in tutti i giorni della settimana e a tutte le ore del giorno. Le partite inglesi sono irradiate anche in Asia, dove l’appeal per la Premier è notevole e bisogna adattarsi alla differenza di fuso orario. Ecco spiegata la ragione per cui, in Inghilterra, si gioca anche all’ora di pranzo. La trattativa non è collettiva, ma individuale. Gli incassi delle singole società dipendono dal fatto di essere state messe sotto contratto o meno. Non sono trasmesse tutte le partite che si giocano, come viene fatto sciaguratamente da noi. Il modello inglese di pay tv non ha pregiudicato l’affluenza negli stadi, che resta altissima a tutti i livelli (Premier League, Championship, Football League 1 e 2).

I proventi della pay tv in Inghilterra – La suddivisione dei proventi avviene  con percentuali predeterminate. Il cinquanta per cento, in parti uguali, viene distribuito a tutte le partecipanti al pacchetto. Il restante cinquanta per cento per una metà tenuto conto della classifica finale dei singoli club (il meglio classificato guadagna anche venti volte in più rispetto al peggiore del pacchetto) e per l’altra metà del numero di partite di ogni singola squadra teletrasmesse di fatto. Quest’ultima regola finisce per avvantaggiare le squadre che possono annoverare il maggior numero di tifosi da poltrona (ovvero quelli che si abbonano alla pay-tv per guardarsi le partite da casa). In Inghilterra, in termini di incassi da pay tv, i grandi club battono quelli piccoli per 4 a 1. In Italia la legge Melandri-gentiloni ha sancito la vendita collettiva dei diritti televisivi. Ancora i club si devono mettere d’accordo su come dividersi i proventi dei bacini di utenza.

La pay tv in Italia – In Italia la legge Melandri-Gentiloni (QUI tutto quello che c’è da sapere) ha sancito la vendita collettiva dei diritti televisivi. I club della Serie A TIM si devono ancora mettere d’accordo su come dividersi i proventi. Sui bacini di utenza la guerra in corso è aspra quanto mai. La Serie Bwin e la Lega Pro sono fortemente penalizzate. Il presidente della Lega di Firenze, Mario Macalli, sta affilando le armi: non si accontenta dell’1% che è stato riservato ai club di Prima e Seconda Divisione Nazionale. Senza contare che, in una corretta logica finanziaria, i ricavi di un qualsiasi club calcistico italiano dovrebbero derivare dalla combinazione di tre voci: 1) diritti tv; 2) incassi al botteghino (ticketing); 3) marketing, merchandising e sponsorizzazioni. Per stare dentro le regole le società professionistiche dovrebbero conteggiare introiti derivanti da ciascuna delle tre categorie in proporzione di circa un terzo. E’ un fatto che, in Inghilterra, la maggioranza dei team rientra in questo tipo di situazione. I bilanci dei club di oltre Manica sono correttamente equilibrati fra le tre voci di ricavo, anche se il loro indebitamento si sta facendo imponente (Liverpool e Manchester United docent). In Italia, viceversa, la maggioranza (la totalità?) dei club non rientra in questi parametri. I ricavi messi a bilancio provengono infatti, in una misura valutabile intorno al sessantacinque per cento (ovvero per quasi due terzi), dai diritti tv. In certi casi la proporzione è superiore. Un elemento aberrante. Che consegna alle televisioni il potere decisionale di stabilire i palinsesti del pianeta calcio italiano, vale a dire imporre le date e gli orari nei quali disputare le partite. I club e i tifosi del Belpaese sono, dunque, alla totale mercè delle pay tv.

Modello inglese vs modello italiano – Per raffrontare i due modelli, quello inglese e quello italiano che ha voluto diventarne la copia conforme, va detto ancora che i club britannici sono proprietari degli stadi in cui giocano. Dispongono, al loro interno, di adeguati locali di ritrovo a disposizione dei tifosi in qualunque giorno e a qualsiasi orario si decida di disputare la partita (ivi comprese strutture alberghiere dove poter alloggiare). Questo perché il tifoso da stadio non deve mai soccombere, pena la sopravvivenza di un prodotto televisivo che vive anche del folklore connesso allo spettacolo dal vivo, al tifoso da poltrona. Tutti questi elementi rendono il contesto anglosassone troppo diverso rispetto a quello italico e il suo spezzatino meno indigesto per le tifoserie d’Oltre Manica. Esattamente l’opposto di quanto accade oggi in Italia. Bisognerà che qualcosa cambi perché il sistema non soccomba.

Sergio Mutolo www.calciopress.net

 

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