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(Calciopress-Stefano Cordeschi) Il presidente della Lega Pro, Mario Macalli, ha dato il via alla riforma dei campionati che sarà posta in essere in vari passaggi graduali. L’obiettivo è riportare la categoria su livelli che più le competono, ripristinando quella che negli anni è stata la vera fucina di giovani calciatori. In questi anni sono mancati proprio loro, i giovani. Le squadre di serie A hanno preferito mandare i propri ragazzi a maturare in cadetteria ignorando, o quasi, la terza serie nazionale. Se a questo aggiungiamo la spregiudicatezza di alcune dirigenze che, pur di vincere, hanno fortemente investito su calciatori esperti ma datati, ci rendiamo conto di come le giovani leve trovino grandi difficoltà ad imporsi. Gli stessi incentivi messi in campo dal presidente Mario Macalli non hanno portato i frutti sperati. Troppe, infatti, le società che hanno preferito rinunciare ai benefici derivanti dall’impiego di giovani, pur di tentare l’assalto alla Serie B. Una scelta che, troppo spesso, ha però generato fallimenti più o meno preventivabili. Cosa fare allora?

Ridurre il numero delle squadre. Questo è il primo punto su cui lavorare. Senza alcun dubbio la riduzione delle squadre partecipanti al campionato di Lega Pro è in cima all’agenda. Lo ha capito il presidente Macalli, agevolato in maniera importante da tutti quei fallimenti con cui la Lega Pro è costretta ormai a convivere ogni stagione. La riduzione a 76 squadre prima, 77 poi con la riammissione del Catanzaro in Seconda Divisione, è stato un primo deciso passo verso quello sfoltimento che, a onor del vero, dovrà avere un suo seguito nella prossima stagione. Arrivare a un comparto di una sessantina di squadre, da suddividere in tre gironi, sarebbe auspicabile quanto prima per riportare la Lega Pro ai fasti della Serie C dei primi anni ’70, quelli che precedettero l’infausta riforma della categoria.

Una politica “vera” dei giovani. Giusto premiare, economicamente, chi ne impiega per l’intera stagione. Forse legittimo non punire chi non sente il bisogno di puntare sulle nuove leve. Molto probabilmente, però, l’errore è alla base. Sarebbe auspicabile una riforma epocale sotto questo punto di vista. Vale a dire non incentivare ma obbligare le società a costruire le proprie squadre intorno a giocatori in erba. Entrando nel merito si dovrebbe nel giro di tre anni, per regolamento, invertire quello che oggi propone la Lega. Ovvero consentire alle società non i tre Under, bensì i tre Over. Rose composte da giocatori di età non superiore a 23-24 anni, con il solo impiego di quattro over 24. Questo obbligherebbe i club a investire sui settori giovanili e le consorelle maggiori (serie A e serie B) a guardare alla Lega Pro come al vivaio del calcio italiano. I ragazzi della Primavera sarebbero ceduti per farli giocare e non, come spesso capita, per vederli tristemente relegati in panchina o addirittura in tribuna. Tutto ciò eviterebbe, in primis, quel “cimitero degli elefanti” più volte richiamato da Macalli. Senza contare che eviterebbe spese folli alle società, che si troverebbero a investire i soldi nel proprio futuro, evitando pericolosi e infruttuosi sciali di danaro (spesso causa di fallimenti).

Non si vive solo di calcio. Troppo spesso ci si trova a vedere, sui campi di calcio, giocatori non più giovani. In molti casi il livello tecnico è davvero mediocre. E’ indubbio che l’età calcistica per una definitiva consacrazione si aggira attorno ai 20-23 anni. In età superiore, tranne rarissimi casi, se non si riesce ad approdare ai campionati superiori difficilmente si potrà parlare di un giocatore di talento. La politica dei giovani vuole essere proprio questo, una scrematura naturale in base alle possibilità del calciatore. Nessuno, infatti, impone a chicchessia di fare questo sport. Così come un calciatore non può imporsi forzatamente, se non ha le doti per farlo. Chi ama questo sport può tranquillamente praticarlo a livello dilettantistico, scegliendo altri tipi di lavori per il sostentamento vitale.

Credo fermamente nel fatto che la Lega Pro, così strutturata, potrà in breve tempo tornare ai vecchi fasti di un tempo. Quando sfornava ogni anno giocatori in grado di militare nelle categorie superiori e faceva spesso le fortune delle società grazie agli ottimi introiti derivanti dalle cessioni. Non è un caso che, nei primi anni ’70, giocatori provenienti dall’allora Serie C riuscissero nel giro di pochissimi anni ad imporsi nel massimo campionato, per approdare in molti casi anche in Nazionale. Per questi e per tanti altri motivi, una drastica riforma è quanto mai auspicabile in tempi brevi. Ignorare questo tipo di percorso vorrebbe dire vedere sparire, ogni anno, dalle dieci alle venti società. La svalutazione progressiva della categoria la relegherebbe, in tempi brevi, nel limbo di uno squallido anonimato.

Stefano Cordeschi – www.calciopress.net

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