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(Calciopress – Sergio Mutolo) Il patron della Fiorentina Diego Della Valle (nella foto con il fratello Andrea, azionista di riferimento della società gigliata), nel corso della conferenza stampa che ha tenuto oggi a Milano, si è lasciato andare a una serie di riflessioni a voce alta.

La sua esperienza di dirigente calcistico è fuori discussione, come ha dimostrato negli anni trascorsi alla guida del club viola. Ha raccolto una società fallita. Ripartendo dalla C2 con la Florentia Viola, grazie al fortunato sodalizio con Cesare Prandelli (ora ct della Nazionale), ha riportato la Fiorentina in Champions League. In questo momento il suo rapporto con la città di Firenze si è un po’ raffreddato. Resta nostra personale convinzione che Della Valle rappresenti per Firenze una risorsa da non perdere (QUI i particolari), e viceversa.

Le riflessioni del proprietario della Tod’s ci sembrano (sono) interessanti. Potrebbero essere una delle basi da cui ripartire per rifondare il sistema calcio italiano ormai allo sbando. Proviamo a sintetizzarne i passaggi più significativi.

No all’individualismo esasperato di certi presidenti. “In questo periodo di crisi mondiale, vedere che il calcio non sia da esempio non è una bella cosa, penso che chi si deve occupare di calcio debba fare un punto della situazione. Facendo un’autocritica credo che si farà fatica a rifondare il calcio se la rifondazione deve passare attraverso il pensiero soggettivo di ogni presidente di società. Il gap tra le nostre società e quelle europee è in costante crescita. Bisogna organizzare il calcio del futuro in modo estremamente serio. Ci sono presidenti che hanno voglia di cambiare questo trend, ma con altri si fa fatica a parlare e a ragionare, sono gli stessi che votando determinano le regole che viziano il nostro Campionato”.

Si a una “autority” esterna al sistema.  “Nella finanza è la Consob a fare le regole, non le società. Allo stesso modo nel calcio serve una authority esterna che stabilisca regole e paletti e li faccia applicare costruendo un percorso per il calcio del futuro. Bisogna riscrivere le regole e a farlo non possono essere gli attori del calcio ma qualcuno con autonomia di operare. Il calcio non può essere un porto franco dove chiunque può fare quel che vuole, c’è scarsa competenza imprenditoriale”.

Perché così pochi imprenditori investono nel calcio? “Bisogna chiedersi perché sono pochissimi gli imprenditori che investono sul calcio: la risposta è che vedono come vanno le cose. Molti presidenti sono vittime dei ricatti di parte dei tifosi e hanno paura a fare determinate scelte. Non è possibile che qualche centinaio di scalmanati possano condizionare la costruzione di progetti calcistici. Noi l’abbiamo visto a Firenze, siamo stati accolti bene e poi, magari con l’aiuto di qualche giornalista, si enfatizzano cose che non esistono. Anche i giocatori, a volte, arrivano, dichiarano amore alla maglia e magari dopo 4 mesi, dopo che il procuratore ha preparato il terreno, se ne vanno”.

Servono nuove regole. “Queste cose non vanno bene, questo mondo è un porto franco, quindi bisogna riscrivere le regole, altrimenti non torneremo ai livelli di un tempo. Ci vogliono progetti veri, in questo modo molti sarebbero felici di giocare nelle nostre squadre. Si deve lavorare sui settori giovanili che sono il futuro del pallone. Vedo il calcio inglese e spagnolo che occupa il posto che era nostro: se non si interviene quanta gente potremo attirare?”.

Bisognerebbe cambiare i vertici. “Non credo che le cose a posto le possano mettere gli attuali attori del mondo del pallone, ci deve essere qualcuno che stabilisce delle regole. Il pallone ha bisogno di investimenti che si possono sostenere, quindi bisogna che si avvicini al calcio chi ha la forza finanziaria per gestirla bene. Non tutti possono essere presidenti di una squadra, come non tutti possono fare i dentisti”.

Lo sciopero diventi il momento della svolta. “La svolta, a questo punto, deve partire da ora. Vi sembra normale che in questo momento economico sia ventilata la possibilità di uno sciopero del pallone? Ognuno si deve fare un esame di coscienza e se si continua così, ci allontaneremo sempre più dal resto delle altre nazioni. Ci vuole un ritorno alla morale, poiché è immorale sentire che ci sono certi stipendi per certi giocatori: questo vale per noi, ma anche per il resto del calcio mondiale”.

Occorre un progetto globale, condiviso anche a livello politico. “Queste dichiarazioni non sono ragionamenti di bottega, chiedo solo che qualcuno prenda in mano la situazione e si creassero i presupposti per avere uno strumento di governo che sia volto all’interesse di tutti e non di pochi. In questo modo, entro qualche anno, potremo ritornare ad avere aspettative di un certo livello”.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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