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(Calciopress – Sergio Mutolo)  In serie A si avvia (mestamente) alla chiusura un calciomercato tra i più mediocri degli ultimi anni. Top player in entrata? Chi li ha visti. Solo “big” in uscita. In compenso si segnala l’arrivo, dai campionati esteri, di frotte di semi-bidoni che andranno a ingolfare rose già pletoriche. Alla faccia del pretestuoso articolo del contratto collettivo su cui è saltata la trattativa Aic-Lega (con conseguente sciopero dei calciatori e slittamento della prima giornata di campionato).

Il (già mediocre) tasso tecnico del massimo campionato italiano calerà vertiginosamente. Lo esprimono con chiarezza la caduta verticale nel Ranking Uefa, la perdita del terzo posto a vantaggio della virtuosa Bundesliga e la riduzione a tre dei club italiani ammessi alla Champions League (uno partirà dai preliminari). In un calcio sempre più globalizzato (in Italia le giovani leve fanno il tifo per i club di Premier, Bundesliga e Liga piuttosto che per quelli di A), ne deriva una perdita di appeal rovinosa.

La ragione del declino del sistema pallonaro italiano sta in primis nella vetustà del modello organizzativo, sempre più lontano da modelli europei molto più allineati a canoni moderni.

L’obsolescenza degli stadi italiani, di gran lunga i più brutti e malandati del Vecchio Continente, fa il resto. Un dato che, combianto all’intrusione delle pay tv, ha portato alla progressiva diserzione dei tifosi e allo svuotamento delle tribune. A nessun giocatore piace giocare davanti a spalti desolatamente vuoti. Anche ai tempi del business, il calcio resta pur sempre un gioco. Sui campi della serie A italiana (non parliamo poi della B e della Lega Pro) predominano tristezza e grigiore. Incremento di ticketing, marketing e merchandising? Neppure a parlarne, sulla base di queste premesse.

L’introduzione del Fair Play Finanziario, il sistema di controllo dei bilanci voluto dalla Uefa di monsieur Platini, sarà la goccia che farà traboccare il vaso. I club italiani (e i loro disastrati bilanci), sono arrivati totalmente impreparati a un appuntamento epocale. Il calciomercato al ribasso è solo il primo allarme rosso.

Il fatto è che, in ossequio al financial fair play (ffp), un club può spendere solo quanto incassa (“un euro speso per un euro incassato”). Le società inglesi e quelle spagnole hanno ricavi-monstre (il Real fattura 560 milioni di euro, il Barcellona 450, il Chelsea ha un giro d’affari vertiginoso legato allo stadio). Quelle tedesche hanno bilanci assolutamente in ordine e un ticketing di primo livello, con impianti sempre piani. Sistemi calcistici lungimiranti, che possono fare spallucce alle regole dettate dal Panel Uefa in virtù di entrate crescenti.

In Italia ciò non potrà accadere. A fronte di ricavi stagnanti la mannaia del ffp si abbatterà inesorabile sul sistema, affossandolo. Il gap sarà sempre più difficile da colmare per la serie A. I venti club sono attaccati ai soli proventi delle televisioni a pagamento. Senza i diritti televisivi, generosamente elargiti da Sky e Mediaset, il sistema verrebbe (verrà) giù come un castello di carte.

Gli stadi di proprietà restano una chimera, se si esclude quello che sta inaugurando la Juventus di Andrea Agnelli. La legge per la costruzione di nuovi impianti è impantanata da mesi in Parlamento. Chi riuscirà a costruirne uno (e chissà quanto tempo ci vorrà) dovrà impiegare almeno quattro anni per generare profitti.

Il tempo dei mecenati e dei presidenti “ricchi scemi” è finito da un pezzo. Ci saranno regole da rispettare, eludibili solo incrementando in modo consistente i ricavi (che sono altra cosa dai debiti strutturati). Il calcio italiano è afflitto da una litigiosità deleteria, che induce ciascuno a coltivare il suo ristretto orticello. Non ha idee, non ha coraggio e tanto meno fantasia. E pensare che sarebbe sufficiente uniformarsi a quanto altri hanno saputo e sanno fare meglio di noi.

Un calciò così mediocre e malmesso è destinato ad auto-confinarsi alla periferia dell’Europa che conta. E’ solo questione di (poco) tempo.

Sergio Mutolo  www.calciopress.net

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