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(Calciopress – Sergio Mutolo) Detto che la vera capolista sarebbe l’Atalanta con 10 punti, se gli orobici dell’ottimo Colantuono non dovessero scontare la penalizzazione di 6 punti inflitta per il calcio scommesse, in serie A domina un  equilibrio che non si ripresentava da ben diciassette anni (era il lontano 1994).

Dopo quattro turni di campionato – tre dei quali giocati nello spazio di otto giorni per volontà delle sempre più intrusive pay tv e per di più a cavallo delle Coppe europee (Champions e Europa League) – ci sono otto squadre nello spazio di un punto.

A 8 punti comandano il lotto Juventus e Udinese. Insegue a 7 una folta pattuglia: Genoa, Napoli, Fiorentina, Palermo, Cagliari e Chievo. Non finisce qui. Tra gli 8 punti della Juve di Conte (e dei friulani di Guidolin) e i 4 dell’Inter targata Ranieri ci sono addirittura 16 squadre raggruppate nell’esiguo spazio di 5 punti. Una grande ammucchiata.

Questo paradossale equilibrio non può essere certo interpretato come il segnale di una crescita del sistema calcio italiano. Lo attestano, impietosamente, i numeri del Ranking Uefa. Il coefficiente della serie A è in continua discesa.

E’ viceversa il segno ulteriore della deriva in cui è stato trascinato il nostro mondo pallonaro, stretto tra il suo debito-monstre e la spada di Damocle del Fair Play Finanziario introdotto dalla Uefa di Michel Platini.

Le cosiddette grandi della serie A italiana (Inter, Juventus, Milan, Napoli e Roma) non riescono da un bel pezzo a tenere il ritmo delle pari grado del calcio europeo. Premier League, Liga e Bundesliga ci stanno facendo mangiare la polvere da lustri. Adesso bisogna guardarsi le spalle anche dalla Ligue 1 francese e dalla massima serie portoghese.

Sembra davvero riduttivo incolparela legge Melandri-Gentiloniche ha introdotto la vendita collettiva dei diritti tv, come sostengono alcuni addetti ai lavori. Il meccanismo tutt’altro che perverso – prevede il 40% dei proventi distribuito in parti uguali, il 30% in base ai risultati e il 30% secondo i non ancora definiti bacini d’utenza – ha solo in modesta misura penalizzato le grandi.

La Juventus ha perso 10 milioni (da 88 a 78), il Milan 7 (da 80 a 73) e l’Inter 6 (da 80 a 74). Numeri che non giustificano l’appiattimento tecnico in cui sta precipitando la nostra serie A. Solo il Napoli è cresciuto di 9 milioni (da 42 a 51).

Nè il beneficio economico delle medio-piccole è stato tale da determinare il rovesciamento di fronte al quale stiamo assitendo. L’Udinese ha guadagnato 10 milioni (da 24 a 34), l il Genoa 9 (da 23 a 32), il Chievo 8 (da 17 a 25) e la Fiorentina 6 (da 35 a 41).

Il problema sta nel manico, come sempre. Pesa la mancanza di coraggio e fantasia dei venti presidenti della serie A, che vivacchiano limitandosi a mungere le mucche Sky e Mediaset. Pesa ancora di più il ritardo nell’avvio delle riforme strutturali che dovrebbero essere pilotate da una Figc in cui il presidente Abete continua ad avvitarsi su se stesso, limitandosi a una notarile gestione del presente senza gettare mai una sguardo al futuro.

Una totale assenza di lungimiranza che ci farà tornare indietro, al passo del gambero. Gli stadi italiani saranno sempre più desolatamente vecchi e vuoti. Alla faccia dei milioni di tifosi che sarebbero pronti a ricominciare.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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