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Sergio Mutolo

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(Calciopress – Sergio Mutolo) Il calcio moderno tradisce la passione dei tifosi. Da protagonisti che erano, sono diventati ingombranti ammennicoli di un “prodotto” ormai privo di trasalimenti. Inevitabile che la memoria torni indietro, al calcio di una volta. Recuperarlo è impossibile. Trascinarlo in questo modo verso il baratro è crudele. 

C’era una volta il tifoso vero, razza ormai in via di estinzione. Quello che, il giorno prima o la mattina stessa in cui scendeva in campo la sua squadra del cuore, dava un’occhiata al tempo e al portafoglio. Rifletteva, tra sé e sé, sull’opportunità o meno di andare a vedere la partita. Alla fine, come sempre, la ragione veniva inesorabilmente sconfitta. E così si avviava verso lo stadio, con la sensazione dentro di andare a fare qualcosa di buono e di utile. Senza chiedere niente in cambio, salvo una briciola di felicità. Saliva in macchina o in treno (quando si giocava in trasferta) e partiva verso l’avventura con lo spirito di un bambino. Magari portandosi dietro anche la prole. Per abituarla, fin dalla tenera età, ad amare le maglie sopra ogni altra cosa. A vivere la partita in diretta così come dovrebbe essere. Perché, a prescindere da ogni altra considerazione, le maglie non andrebbero mai lasciate sole. Accada quel che accada.

Ha iniziato poi a diffondersi il tifoso per caso. Quello che, impigrito dalle comodità dell’era moderna e ricattato dalla pay per view che gli consente di seguire la partita in pantofole nel confortevole tepore del salotto di casa, ha progressivamente rarefatto la partecipazione diretta all’evento. Prima ha iniziato a saltare le trasferte e, poi, anche le partite in casa. Quindi ha deciso di restringere la sua partecipazione a pochi eventi topici (playoff, playout, festeggiamenti per la promozione e/o la salvezza). Forse anche in ossequio al presenzialismo ossessivo, che pervade tanta gente e ha ben poco a vedere con la passione genuina.

Nei nostri tempi opachi viviamo l’era del tifoso inutile. L’avvento dei troppi organismi deputati al controllo dell’ordine pubblico (Casms, Osservatorio, Questure, Prefetture e quant’altro) ha dato il colpo di grazia alla già labile voglia di calcio che c’era in giro. Biglietti nominativi, tessera del tifoso, prefiltraggi, tornelli, chiusura dei botteghini ad orari impossibili, divieto di trasferte, settori chiusi, impianti fatiscenti ridotti a cattedrali nel deserto. Gli stadi, salvo qualche rara e meritoria eccezione, sono desolatamente vuoti.

Secondo il discutibile ragionamento di quanti dovrebbero gestire al meglio il bene comune, in tutte le sue manifestazioni, il tifoso non serve più da traino al calcio. Quanto meno non a questo orribile calcio moderno, che ne ha di fatto inaridito le radici. Il tifoso è un accessorio inutile, se non addirittura ingombrante. Meglio tenerlo lontano. Meglio affidarsi a uno spettacolo virtuale. Da giocarsi in grigi e artificiali scenari di cartapesta.

Eppure, come ha osservato in tempi non lontani il presidente della Lega Pro Mario Macalli in varie interviste, la chiusura degli stadi o di alcuni loro settori, è un vero e proprio obbrobrio che inaridisce la principale fonte dei ricavi del calcio minore. “Il botteghino è una delle poche risorse, ma se le gare più importanti vengono vietate ai tifosi, è finita. Se ci sono le rapine in banca si dà la caccia ai rapinatori, non si chiudono le banche”, ha dichiarato lui stesso in un’intervista.

Tutto ciò avviene, paradossalmente, in un mondo globalizzato. Nel quale gli spostamenti sono ormai incredibilmente rapidi e agevolati dai moderni mezzi di trasporto. Il che consentirebbero di prendere, all’ultimo tuffo, la decisione di seguire la squadra del cuore. Di farlo tutte le volte che se ne ha voglia, secondo le proprie scelte. Come dovrebbe essere in un paese libero. Oggi muoversi più o meno liberamente è possibile (quasi) a tutti, meno che all’inutile tifoso dell’ormai altrettanto inutile calcio in cui i nostri (opachi) dirigenti hanno trasformato il gioco più bello del mondo.

Da inguaribili sognatori non ci resta che voltarci indietro. Per recuperare, grazie alla memoria, quei ricordi che ci consentono di proseguire un percorso che si è fatto alquanto aspro. Per continuare a raccontare un calcio triste e infelice nel quale i tifosi, e noi con loro, non si riconoscono più.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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