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Nel calcio esiste un modello inglese che, forse, non tutti invidiano. Alcuni, anzi, proprio non vogliono sentirne parlare.

Eppure la struttura messa in piedi Oltre Manica per dare ordine alle quattro categorie professionistiche (dalla prima alla quarta divisione nazionale) si è dimostrata nel tempo vincente rispetto alla nostra.

A livello di gestione, è forse meglio avere a che fare con la pletora di club che affligge il nostro sistema (spalmata tra serie A, serie B, Prima e Seconda Divisione di Lega Pro) o non piuttosto interagire con un sistema agile e malleabile costruito su 92 squadre suddivise in quattro categorie?

Senza contare che gli stadi inglesi, quasi tutti di proprietà spesso anche nella Football League 1 (la nostra Prima Divisione), sono confortevoli e anche per questo sempre pieni di tifosi. Nonostante i biglietti siano molto più cari che da noi e la crisi economica tutt’altro che tenera da sopportare a quelle latitudini.

C’è anche un modello tedesco, altrettanto sobrio da un punto di vista organizzativo. In Germania, come in Inghilterra, gli stadi sono sempre colmi ai limiti della capienza. I biglietti d’ingresso alle partite sono i meno cari d’Europa. Se ci sono riusciti loro, perché non dobbiamo riuscirci anche noi?

Infine esiste un modello spagnolo. Pur se afflitto da una crisi che sta investendo pesantemente molte società della Liga, il calcio iberico inanella un successo dopo l’altro a livello internazionale. Gli stadi sono sempre affollati e costruiti a misura degli spettatori. Da quelle parti è un vero piacere assistere alle partite. Insomma tutt’altra cosa rispetto a quanto ci tocca vedere nel nostro disastrato panorama.

Il fatto è che, in Italia, il ricordo di un “modello” tricolore si è via via scolorito con il passare del tempo. Si naviga a vista. Il calcio, plasmato a misura della pay tv, sta debilitando le ultime resistenze di una tifoseria che nel passato aveva pochi raffronti in Europa.

Manca una linea politica comune, condivisa e sostenibile. Ognuno continua a zappare il suo orticello, dimentico dell’interesse generale. Latita la lungimiranza, che pure dovrebbe contrassegnare l’agire degli umani. Gli stadi sono decrepiti e fatiscenti. L’acquisto dei biglietti è stato trasformato in una corsa a ostacoli. Durante le partite, salvo rare e meritorie eccezioni, prevale un senso di opaco grigiore.

Se ancora esiste un modello italiano, si è ormai auto-confinato nella scelta indiscriminata di mettere più barriere possibili alle trasferte e di rallentare in tutti i modi consentiti l’accesso del pubblico negli stadi. Ciò avviene con misure preventive che sono anche e soprattutto punitive nei confronti della parte sana dei tifosi che ancora hanno voglia di assistere dal vivo alle partite.

Ecco dunque gli stadi vuoti, la deriva tecnica del nostro calcio, l’arretramento progressivo nelle classifiche internazionali, il disincanto degli appassionati. Dov’è finito il campionato più bello del mondo? E’ davvero questo il modello con cui pensavamo di confrontarci nel terzo millennio?

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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