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(Calciopress-Luca Savarese) Il calcio è nato prima degli ultrà. Questo è certo. Il dilemma se sia nato prima l’uovo o la gallina, non sussiste tra calcio ed ultrà. Per anni il football inglese e il calcio italiano sono andati avanti fra tifo sano e critica stimolante, senza nessuna spranga e nessuno scenario da inferno dantesco.

E’ importante questa distinzione, il giorno dopo che un gruppo di ultrà del Genoa ha fermato lo svolgimento di una partita di campionato spaventando l’ambiente e trasformando un pomeriggio di stadio e sole in un momento di guerra e terrore. 

“Tra le tantissime tipologie di tifosi si possono distinguere due macro-categorie: quelli che guardano il campo e quelli che guardano la curva. I secondi sono quelli che già si potrebbero definire ultrà”. Afferma così Tonino Cagnucci, nel suo Imare di Roma, il libro su Daniele De Rossi. E’ verissimo. Ci sono i tifosi che guardano e tifosi che fanno rumore. Fino al 1969, anno di nascita dei primi consistenti gruppi ultrà, i tifosi si limitavano a guardare. Esercitavano il potere e la libertà degli occhi. Da quella data in avanti hanno iniziato a fare rumore e la voce, pian piano, ha preso il posto della vista. Solo chi non guarda fino in fondo ha sempre qualcosa da dire.

E’ sacrosanto discutere, ma in una giusta altalena tra occhi e parole. Certo non si può solo vedere, è bello anche parlare. Però se improvvisamente smetto di vedere e continuo solo a parlare, presto la mia parola diventa ira. Poi la mia ira diventa irruzione e la mia irruzione diventa spavento per chi stava semplicemente guardando.

Un conto è guardare la partita, un conto è comandare una curva. Le due attività nel nostro calcio spesso coincidono e chi comanda finisce quasi sempre per aver la meglio su chi guarda. Chi guarda ha tempo, vive sulla metrica della fede che nasce da infinite liriche di pazienza. Ha guardato negli anni della B, della A raggiunta ma per illecito divenuta subito C. Quante sgridate alla propria squadra, quanti fegati amari e che rimproveri. Tuttavia, gli occhi di chi ama non hanno mai smesso di guardare.

E’ la silenziosa missione dell’amore. E’ come una mamma guarda un figlio, come un uomo la sua donna, come un tifoso la sua squadra. Solo le matrigne fanno rumore. Le mamme emanano una positività che non si esaurisce mai. Anche quando sei sotto a poche giornate dal termine contro il Siena in casa per quattro a zero e non hai certo così tanti punti da permetterti di sprecarne qualcuno. Anche quando non riesci a giocare perché la paura di retrocedere ti paralizza le forze. Sei la mia squadra, caspita. Io ti ho scelto, senza obblighi. E ora provo ad amarti.

Chiedere la maglia ai giocatori? Ma quella maglia sono io. Piuttosto, se serve, gli do anche la mia. Rituffiamoci nel grande oceano del guardare le scelte calcistiche ( e non solo ) che abbiamo fatto. Anche quando le cose non vanno proprio per il verso giusto. Di rumore, ce n’è già fin troppo. Il rumore dell’amore, ecco cosa manca in questo calcio ad alta velocità.

Luca Savarese – www.calciopress.net

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