Connect with us

Pubblicato

il

Napoli________Telecamera con braccio mobileL’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha bocciato i criteri attualmente in vigore per la ripartizione dei diritti televisivi che rappresentano la principale fonte di sostentamento del calcio italiano (“Calcio e diritti tv, tutto da rifare?”). La legge Melandri-Gentiloni, che regola attualmente la materia, potrebbe essere archiviata o ampiamente rimaneggiata (“Calcio e diritti tv, va in soffitta la legge Melandri?”). Per completezza di informazione riproponiamo un articolo pubblicato il 25 febbraio 2012 che mette a confronto il precario modello italiano di spartizione dei diritti tv con quello inglese ben più rodato. Ciascuno potrà trarre le sue conclusioni sulla oggettiva democraticità del secondo rispetto al primo (Sergio Mutolo).

* * * * * * * * * *

Solo a medio-lungo termine sarà possibile valutare la catastrofe. Il calcio è stato stravolto da pay tv fin troppo intrusive (vige di fatto il duopolio Sky-Mediaset). Le abitudini dei tifosi italiani sono state ribaltate. E’ sotto gli occhi di tutti lo svuotamento degli stadi di Serie A Tim, determinato dagli orari assurdi in cui si giocano le partite e dalla spalmatura del campionato in tutti i giorni della settimana.

L’arroganza dimostrata dai club e dalle televisioni a pagamento nei confronti dei tifosi da stadio e degli abbonati ha superato ogni ragionevole limite. Sky e Mediaset, con la connivenza dei vertici del nostro sistema pallonaro, hanno frantumato le ultime resistenze. L’errore di fondo è stato appiattirsi sul modello inglese, peraltro assai più democratico nei contenuti, senza tenere conto della peculiarità del tifo italiano rispetto a quello d’oltre Manica.

La pay tv in Inghilterra – Il modello inglese di televisione a pagamento, in Europa, ha messo a disposizione dei club montagne di soldi. Non a caso ha costituito e costituisce, per le società italiane e non solo, un modello da emulare. Si tratta però di conoscerne a fondo i meccanismi. Solo così sarà possibile valutare se sia stato o meno giustificato pensare di esportarlo da quel contesto al nostro. In Inghilterra la pay tv è nata nel 1992, cioè diciotto anni fa. All’inizio l’affare valeva 191 milioni di sterline. Poi è cresciuto in modo quasi esponenziale nel corso degli anni. Il controvalore, per il periodo 2007-2010, si attestato alla considerevole cifra di 1.700 milioni di sterline. Sky, per non incorrere negli strali dell’Antitrust dell’UE, ha rinunciato al suo monopolio. Nella Premier League si contano sei pacchetti diversi: quattro appannaggio di BSkyB e due di Setanta. Senza entrare nello specifico dell’offerta, si deve comunque precisare che lo spezzettamento è totale. Ciò per garantire al tifoso da poltrona il maggior numero possibile di partite, in tutti i giorni della settimana e a tutte le ore del giorno. Le partite inglesi sono irradiate anche in Asia, dove l’appeal per la Premier è notevole e bisogna adattarsi alla differenza di fuso orario. Ecco spiegata la ragione per cui, in Inghilterra, si gioca anche all’ora di pranzo. La trattativa non è collettiva, ma individuale. Gli incassi delle singole società dipendono dal fatto di essere state messe sotto contratto o meno. Non sono trasmesse tutte le partite che si giocano, come viene fatto sciaguratamente da noi. Il modello inglese di pay tv non ha pregiudicato l’affluenza negli stadi, che resta altissima a tutti i livelli.

I proventi della pay tv in Inghilterra – La suddivisione dei proventi avviene  con percentuali predeterminate. Il cinquanta per cento, in parti uguali, viene distribuito a tutte le partecipanti al pacchetto. Il restante cinquanta per cento per una metà tenuto conto della classifica finale dei singoli club (il meglio classificato guadagna anche venti volte in più rispetto al peggiore del pacchetto) e per l’altra metà del numero di partite di ogni singola squadra teletrasmesse di fatto. Quest’ultima regola finisce per avvantaggiare le squadre che possono annoverare il maggior numero di tifosi da poltrona (ovvero quelli che si abbonano alla pay-tv per guardarsi le partite da casa). In Inghilterra, in termini di incassi da pay tv, i grandi club battono quelli piccoli per4 a1. In Italiala legge Melandri-Gentiloni ha sancito la vendita collettiva dei diritti televisivi. Ancora i club si devono mettere d’accordo su come dividersi i proventi dei bacini di utenza.

La pay tv in Italia – In Italia la legge Melandri-Gentiloni ha sancito la vendita collettiva dei diritti televisivi. I club della Serie A TIM si devono ancora mettere d’accordo su come dividersi i proventi. Sui bacini di utenza la guerra in corso è aspra quanto mai. La Serie Bwin e la Lega Pro sono fortemente penalizzate. Il presidente della Lega di Firenze, Mario Macalli, sta affilando le armi: non si accontenta dell’1% che è stato riservato ai club di Prima e Seconda Divisione Nazionale. Senza contare che, in una corretta logica finanziaria, i ricavi di un qualsiasi club calcistico italiano dovrebbero derivare dalla combinazione di tre voci: 1) diritti tv; 2) incassi al botteghino (ticketing); 3) marketing, merchandising e sponsorizzazioni. Per stare dentro le regole le società professionistiche dovrebbero conteggiare introiti derivanti da ciascuna delle tre categorie in proporzione di circa un terzo. E’ un fatto che, in Inghilterra, la maggioranza dei team rientra in questo tipo di situazione. I bilanci dei club di oltre Manica sono correttamente equilibrati fra le tre voci di ricavo, anche se il loro indebitamento si sta facendo imponente (Liverpool e Manchester United docent). In Italia, viceversa, la maggioranza (la totalità?) dei club non rientra in questi parametri. I ricavi messi a bilancio provengono infatti, in una misura valutabile intorno al sessantacinque per cento (ovvero per quasi due terzi), dai diritti tv. In certi casi la proporzione è superiore. Un elemento aberrante. Che consegna alle televisioni il potere decisionale di stabilire i palinsesti del pianeta calcio italiano, vale a dire imporre le date e gli orari nei quali disputare le partite. I club e i tifosi del Belpaese sono, dunque, alla totale mercè delle pay tv.

Modello inglese vs modello italiano – Per raffrontare i due modelli, quello inglese e quello italiano che ha voluto diventarne la copia conforme, va detto ancora che i club britannici sono proprietari degli stadi in cui giocano. Dispongono, al loro interno, di adeguati locali di ritrovo a disposizione dei tifosi in qualunque giorno e a qualsiasi orario si decida di disputare la partita (ivi comprese strutture alberghiere dove poter alloggiare). Questo perché il tifoso da stadio non deve mai soccombere, pena la sopravvivenza di un prodotto televisivo che vive anche del folklore connesso allo spettacolo dal vivo, al tifoso da poltrona. Tutti questi elementi rendono il contesto anglosassone troppo diverso rispetto a quello italico e il suo spezzatino meno indigesto per le tifoserie d’Oltre Manica. Esattamente l’opposto di quanto accade oggi in Italia. Bisognerà che qualcosa cambi perché il sistema non soccomba (Sergio Mutolo). 

Redazioneweb – www.calciopress.net

Annuncio pubblicitario

OPINIONI

Editoriali2 settimane fa

Serie A Femminile: fra sostenibilità economica e ‘sofferenza’ del calcio italiano

✅ La crisi post-pandemica sta falcidiando i bilanci dei club europei. In misura ancora più significativa di quelli italiani, i...

Editoriali2 settimane fa

Serie A Femminile: ci sono voluti 50 anni per il professionismo

“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni: nello spazio e nel tempo di un sogno...

Editoriali4 settimane fa

La Serie A Femminile scende a 10 club dal 2022-23: è una riforma affrettata?

👉🏽 La Divisione Calcio Femminile presieduta da Ludovica Mantovani, con il passaggio al professionismo, ha deciso che la serie A...

Editoriali4 settimane fa

La Serie A Femminile passerà a 10 club: Morace storce il naso

Carolina Morace ha scelto di prendere parte a “Campionesse“, la docuserie di Rakuten Tv disponibile dal 2 dicembre che racconta...

Editoriali2 mesi fa

La Serie A verso il professionismo e il modello del Napoli Femminile

La lettera aperta indirizzata il 2 settembre scorso alla ct della Nazionale, Milena Bertolini, dal presidente del Napoli Femminile Raffaele...

Editoriali3 mesi fa

Serie A Femminile, un calcio che ha bisogno di ‘storie’

Eduardo Galeano è l’autore di uno dei libri più belli mai scritti per spiegare il mondo del pallone. “Splendori e...

Editoriali3 mesi fa

Serie A Femminile nel guado: professionismo e anima dilettantistica

La transizione verso lo status di tipo professionistico della Serie A Femminile è ormai un dato di fatto. La ristrettezza...

Annuncio pubblicitario

Articoli del Mese

Copyright © Calciopress.net - Testata giornalistica reg. Trib. di Firenze atto 5591 del 04/07/2007 Direttore: Sergio Mutolo - Vicedirettore: Stefano Cordeschi