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Cappellino Gialloblù terNelle Coppe europee l’Italia perde per strada sei squadre su sei e assiste dal buco della serratura alla fase finale di Champions e di Europa League.

La Serie A Tim è scivolata in quarta posizione nel Ranking Uefa. Spagna, Inghilterra e Germania sono ormai in fuga. Irraggiungibili per un inseguitore spompato come la Serie A.

Come ha dichiarato il presidente della Juventus Andrea Agnelli il nostro massimo campionato è ormai la periferia di un Vecchio Continente dominato da Bundesliga, Premier e Liga (“Serie A, periferia d’Europa”).

Premier e Liga hanno saputo imboccare per tempo la via delle riforme, dando vita a modelli organizzativi che hanno finito per surclassarci. Adesso anche la Bundesliga ci fa mangiare la polvere, forte di un sistema organizzativo lungimirante e moderno (“Bundesliga sempre più su, un successo che parte da lontano”).

Il calcio italiano, viceversa, è stato sospinto verso una inesorabile deriva. Paga la mancanza di un qualsiasi modello di sviluppo che non si è finora neppure cercato di costruire, forse perché richiederebbe (richiede) scelte troppo deflagranti per un paese impantanato e avvitato su se stesso.

Nelle stanze dei bottoni si continua ad arrampicarsi sugli specchi, affidandosi a inutili pistolotti verbali che non si traducono mai in fatti concreti. Quasi a voler mantenere, costi quel costi, il desolante status quo che si trascina stancamente ad esclusivo vantaggio di una minoranza sempre pronta a prevaricare gli interessi della maggioranza.

Eppure un intervento è ormai indifferibile. In Italia la crisi economica morde più che altrove. Mette a rischio la stessa sopravvivenza dei club professionistici (soprattutto in Prima e Seconda Divisione di Lega Pro, come ha capito da tempo il presidente Macalli). Da noi sono una pletora ormai insostenibile, a fronte di risorse in calo e troppo limitate per poter essere distribuite a pioggia su così tante squadre.

Gli stadi sono i più decrepiti d’Europa e non invitano certo ad assistere alle partite dal vivo. I terreni di gioco dissestati assomigliano spesso a campi di patate. Il livello tecnico è in calo verticale, perché i campioni preferiscono esibirsi davanti a palcoscenici europei più ricchi di appeal.

Il pubblico si allontana. Gli stadi si svuotano. Tutto ciò mentre altrove (in Inghilterra, Spagna e Germania) sono sempre pieni ai limiti della capienza. Da noi sembra resistere sulle barricate solo una frangia sempre più assottigliata di vecchi appassionati. Il ricambio generazionale, il solo in grado di assicurare il futuro di questo sport, è di là da venire.

Tutto resta disperatamente aggrappato al sostegno economico delle pay tv che, attraverso diritti televisivi fin troppo generosi rispetto agli spettacoli deprimenti che vengono messi in onda, hanno coperto finora la quasi totalità dei costi.

Di incrementare ticketing (gli introiti da stadio) e marketing non se ne parla proprio. Verrà il giorno che anche Sky e Mediaset si stancheranno di trasmettere partite da stadi decrepiti e desolatamente vuoti, perché anche dai salotti la gente vuole assistere a spettacoli colorati.

Nell’attesa proustiana di un modello che sappia imprimere una svolta, il calcio in Italia ha ormai perso la bussola. Se non ritroverà la sua stella polare, l’anno zero sarà assai vicino più di quanto non si creda.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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