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cappellino gialloblù intero“Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta”. Paul Valéry lo sosteneva nel 1931 (Regards sur le monde acque). Sono passati oltre ottanta anni. La sua riflessione resta ancora attuale, perchè la storia è una serie di corsi e ricorsi.

Un tempo non lontano si guardava al futuro con molto più ottimismo. Anche il calcio si adeguava. Il sistema sembrava immune dalle contaminazioni dal contesto, a volte assai aspro, con il quale doveva confrontarsi.

Allora le partite si giocavano di domenica. Iniziavano tutte alla stessa ora. Le televisioni a pagamento non esistevano. I programmi dedicati al calcio erano sobri. Faceva eccezione qualche tv locale, che sgomitava per costruirsi la propria nicchia alzando un po’ troppo i toni. Per questa ragione Aldo Biscardi, con il suo “Processo”, era considerato una voce fuori del coro.

Fino a non molto tempo fa i tifosi, eterni Peter Pan, hanno creduto (sperato?) che le cose non sarebbero mai cambiate. Che il calcio fosse in qualche modo omologabile alla mitica Settimana Enigmistica,sempre uguale a se stessa. Ogni tanto una vicenda più o meno oscura sparigliava le carte. Poi tutto tornava al suo posto, come per incanto. C’era la convinzione che, sfogliando con la memoria le storie pallonare, quello che si cercava si sarebbe continuato a ritrovare in quella precisa pagina.

Era questa la magia del football, sport nazional-popolare per eccellenza. Il fedele compagno di viaggio degli italiani negli anni difficili della crescita economica di un paese uscito a pezzi dalla guerra, frustrato ma non domo. E, proprio per questo, capace di eccellere e rivalersi in tutti i campi. Anche nel calcio, certo. Non a caso negli anni ’80 la serie A primeggiava in Europa e nel mondo, grazie a figure carismatiche che fanno parte della nostra storia.

C’è stato un tempo in cui credevamo ancora nel futuro. Il presente era il volano per rendere migliori uomini e cose. Eravamo certi che il calcio, rimanendo sempre uguale a se stesso, avrebbe continuato a essere il nostro fedele compagno di viaggio. Il business avrebbe tentato di impadronirsene, ma gli anticorpi di cui il sistema si era dotato sarebbero stati in grado respingere attacchi intrusivi. Questo pensavamo.

Si guardava al futuro, anche, con la giusta dose di spavalderia. La memoria storica di ciò che si è stati e di quello che si è riusciti a diventare era di aiuto per tenere sempre in vita le nostre radici. Le esperienze e gli insegnamenti del passato dovrebbero essere  (sono) la guida per affrontare il presente e proiettarci in avanti con animo sereno.

Il domani potrà tornare a essere guardato con ottimismo. Vale anche per il calcio deprimente di questi anni. Ciò avverrà solo se sapremo gestire, con il buon senso antico, le metamorfosi che il progresso comporta. Il futuro è oggi. La storia siamo noi. Sta solo a noi cambiarla, per non subirla.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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