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Sergio Mutolo

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Pallone Ufficiale Nazionale 1Secondo il format stabilito dalla Figc le squadre professionistiche del calcio italiano sono al momento 111 (20 in serie A, 22 in B, 69 tra Prima e Seconda Divisione di Lega Pro). Si ridurranno a 102 solo dalla stagione 2014-2015, con l’entrata in vigore della riforma voluta dalla categoria di Mario Macalli (si torna alla vecchia serie C, con tre gironi di 20 squadre ciascuno) e imposta dal succedersi dei fallimenti in terza/quarta serie nazionale.

Le notizie di club in grave crisi finanziaria si accavallano. L’indebitamento cresce a dismisura. Le risorse si assottigliano paurosamente. La mammella delle pay tv potrebbe presto inaridirsi, trascinando il sistema verso una Caporetto economica. Gli stadi si svuotano. In Lega Pro le società continuano a sparire. Quest’anno il Consiglio federale ne ha cancellate sette, riducendo l’organico a 62, ma si continua imperterriti nella perversa abitudine dei ripescaggi.

Il numero incredibilmente alto di club che ruotano in Italia attorno al mondo professionistico è un’anomalia che presto potrebbe far deflagrare il sistema, complice la crisi strutturale che affligge il Paese. Questa realtà non è più compatibile, né tanto meno sostenibile, con le risorse finanziarie attuali.

Si tratta dunque di modificare il format dei campionati e di procedere, quanto prima, a una drastica riduzione delle società incluse in un sistema troppo pletorico rispetto ai tempi che corrono. In assenza di idee, come pure di scatti di fantasia latitanti tra i brontosauri che occupano da lustri le stanze dei bottoni, è necessario rifarsi a modelli organizzativi che in Europa hanno dimostrato di funzionare.

Sotto questo profilo il sistema inglese è, a nostro parere, sicuramente vincente sotto il profilo organizzativo. Oltre Manica è stato messo a punto un modello agile, assai semplice da tenere sotto controllo. Per tempo (dal 1992) è stata decisa la scissione in due Leghe. Una corrispondente alla nostra serie A e l’altra che include le tre serie nazionali professionistiche (dove vige la regola del 24, applicata anche alle categorie dilettantistiche).

Il risultato è un modello che comprende solo 92 squadre (10 in meno del nostro, quando sarà a regime la riforma della Lega Pro), flessibile, correttamente gestito a tutti i livelli (sia pure con la perdita di un notevole numero di poltrone per i dirigenti…) e più semplice da tenere sotto controllo.

La FA Premier League include solo i 20 club della massima serie. Tutte le altre società professionistiche (72) fanno parte della Football League, che comprende: la Championship (la nostra serie B, 24 squadre), la FL1 (la nostra Prima Divisione, 24 squadre) e la FL2 (la nostra Seconda Divisione, 24 squadre). Il resto del calcio inglese, che comprende 72 club, rientra nella Football Conference – omologa della nostra LND – divisa in: Conference National (24 squadre), Conference North (24 squadre) e Conference South (24 squadre).

Che fare allora? Basterebbe attivare una riforma che, omologandosi al modello inglese, potrebbe consentire: a) la riduzione globale dei club inclusi nel calcio professionistico per una più equa distribuzione delle risorse; b) l’accorpamento nella stessa Lega delle società iscritte alla seconda, terza e quarta serie nazionale; c) la revisione del sistema dilettantistico, a sua volta ridondante e poco sostenibile dal punto di vista economico.

E’ solo un’ipotesi. Il fatto è che una riforma strutturale è ineludibile La questione del metodo da seguire diventa (quasi) secondaria rispetto all’urgenza del fare. A questo punto poco importa ispirarsi alle linee guida del (vincente) sistema inglese. Si potrebbe imitare un diverso modello organizzativo europeo (quello tedesco?) oppure pure inventarsi qualcosa di completamente nuovo. Si tratterebbe solo di iniziare a metterlo in cantiere. Al momento siamo nel campo della pura utopia.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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