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Sergio Mutolo

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Gambe con pallone 7La deriva in cui è stato spinto il sistema italiano rivaluta i modelli calcistici di un passato mai così struggente e lontano. Torna alla mente il Grande Torino, uno squadrone che tutti ci invidiavano. Il Toro di Valentino Mazzola che, sospinto dal trombettiere del Filadelfia, decideva che era arrivato il momento di tirarsi su le maniche. Un segnale. Il Toro, come per magia, innestava il turbo e la partita era irrimediabilmente chiusa per qualsiasi avversario. Era il mitico quarto d’ora granata.

Quello del Grande Torino era un mondo nel quale esisteva ancora l’attaccamento alla maglia. Ogni club aveva il suo giocatore bandiera. Valentino Mazzola, il capitano, si identificava con il colore granata. Se lo teneva appiccicato addosso, dentro e fuori dal campo. Quelli come Mazzola erano giocatori considerati dai tifosi, ma anche dalla gente comune, uno dei simboli della città. Per questa ragione erano amati di un amore senza limiti e suscitavano un rispetto profondo.

Con i giocatori bandiera sono scomparsi anche i presidenti alla Ferruccio Novo, condannato dal destino a non trovarsi sull’aereo che tornava da Lisbona. La società che dirigeva era, per lui, ragione di vita e di vanto. I giocatori? Tanti figli, tutti diversi, da tirare su come meglio si poteva. Altri tempi, si dirà. Altri stili di vita. Altri valori. Se migliori o peggiori o perfino patetici, sarà il tempo a dirlo.

La storia del Grande Torino fu anche quella dell’incredibile (irripetibile?) sinergia tra una città e la sua squadra di calcio. La Juventus contava poco in città. Esisteva il Toro e soltanto il Toro. La passione granata pervadeva la gente fin nel profondo dell’animo.

Il 4 maggio 1949 l’aereo che riportava a casa la squadra dalla trasferta in Portogallo, dove i granata avevano giocato con il Benfica, si schiantò sulla collina di Superga. La gente rimase annichilita. La città si fermò. Si strinse attorno ai suoi campioni perduti per sempre in un solo, disperato e appassionato abbraccio.

L’incipit della cronaca dei funerali del Grande Torino dettata agli stenografi da Alfonso Gatto, un poeta prestato allo sport come allora spesso succedeva, è ancora oggi da brivido: “I morti della sera di maggio sono allineati tutti insieme, in un unico campo di erba verde”.

C’era un momento, nelle partite interne, in cui lo storico trombettiere del Filadelfia decideva di suonare la carica. A quel punto Valentino Mazzola, con fare carismatico, si tirava su le maniche della maglia. Quello squillo, e il gesto che seguiva, davano inizio al mitico “quarto d’ora granata”.

Difficile spiegare oggi, in questi anni opachi, cosa fosse e quanto significasse per i giocatori in campo quel gesto apparentemente tanto semplice del loro capitano. Un fatto è certo. Da quel momento non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Che meraviglia sarebbe, per i tifosi granata, poter riascoltare ancora quella tromba. E bearsi del Mazzola di turno che si arrotola le maniche.

Quanto servirebbero oggi il trombettiere del Filadelfia e il Mazzola dei bei tempi andati per salvare il precario sistema pallonaro italiano del terzo millennio, spinto verso la deriva da dirigenze inabili e poco lungimiranti.

Il calcio sognato dei sognatori, certo, non lo rivedremo più. Ma è pur vero che i tifosi meriterebbero qualcosa di meglio del caravanserraglio in cui è stato trasformato.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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