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cappellino gialloblù interoIl calcio italiano del terzo millennio sembra vicino al capolinea. E’ ormai esausto e snervato, esattamente come la politica di cui taluni lo ritengono l’opaca metafora.

Sembra aver perso ogni slancio e fantasia, prigioniero di una precarietà senza fine. Il miope asservimento a pay tv sempre più intrusive lo ha di fatto impantanato nella sterile gestione di un eterno e obsoleto presente.

Alle nostre latitudini il mondo pallonaro non ha più stelle polari da seguire nè orizzonti verso i quali dirigersi, salvo incaponirsi a tutelare gli interessi dei pochi a scapito di quelli dei molti. Il risultato è la progressiva emarginazione dei milioni di tifosi che ancora ci credono, la vera architrave di tutto il sistema.

Nessuno sembra più capace di vendere i sogni, la materia prima di uno sport a suo modo ancora bellissimo. A livello federale predomina l’arido minimalismo di conservare la poltrona, senza provare a mettersi in gioco con il rischio di perderla. In quanto alle Leghe e ai club di cui sono espressione, prevale il reiterarsi di presidenze e dirigenze mediocri.

Le rivoluzioni sono sempre opera di visionari. Gente come il compianto Steve Jobs, uno che è riuscito davvero a cambiare il mondo con le sue idee antesignane. Il calcio, viceversa, è governato da figure che neppure si pongono il problema di rigenerarsi.

Personaggi inabili ad affrontare il percorso necessario per frantumare schemi ormai ingessati e dare vita a nuovi modelli di riferimento. Anche per questa ragione i giovani sono scomparsi dagli stadi.

L’età media degli spettatori continua a salire. Tanto è vecchio il manico, quando lo sta diventando il pubblico. Come sperare di attrarli, i giovani disincantati del terzo millennio, quando mancano quegli scatti di fantasia che nessuno pare in grado oggi di produrre?

L’assenza cronica di iniziative e la gestione strascicata di un derelitto presente stanno conducendo il sistema a un progressivo inaridimento, tra uno spezzatino e l’altro più o meno indigesto. Si potrebbero seppellire anche gli ultimi ardori. Non è questo il calcio che vorremmo. Prigioniero dei suoi errori e delle sue perverse abitudini.

La precarietà dei nostri tempi mediocri condanna il calcio a poco più di un’opaca sopravvivenza, mentre avremmo bisogno di persone capaci di riportare il movimento sulla strada da cui è stato allontanato con tanta bieca pervicacia. Se mai esistono, dove si sono andate a nascondere? Questa è la domanda.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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