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Sergio Mutolo

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Pallone e guanti_____00001Esistono fattori, nel calcio come nella vita, che dovrebbero contare più di altri per dare la scalata al successo. Parliamo di preparazione, competenza, professionalità, programmazione. Elementi basilari dai quali parrebbe ineluttabile prescindere, ogni volta che ci si prepara a costruire un progetto. In carenza, nessun obiettivo dovrebbe essere messo nel centro del mirino. 

Si è sempre detto che da sole queste doti, pur se assolutamente necessarie, non sono sempre e comunque sufficienti. Che è fondamentale, anche se non soprattutto, l’appoggio della sorte. Anzi della buona sorte, come la chiamano nei paesi ispanici. Se il fato non ci è benigno, qualunque missione risulta impossibile. Nella storia di esempi se ne possono trovare a iosa.  

Queste regole canoniche si sono ormai rovesciate. Alla meritocrazia si è andata sostituendo la capacità di far parte dei “giri” giusti. Quelli che, appunto, sono in grado di assicurare il successo a prescindere. Non più dunque ricerca (quasi) ossessiva del perfezionismo, quanto piuttosto delle abilità relazionali necessarie per salire sul carro vincente del momento. Cos’altro sono state le varie calciopoli, tangentopoli e professionopoli? Non è forse vero che, in ogni attività, si finisce per riprodurre gli stessi opachi stereotipi?  

Ma come la mettiamo quando si parla di calcio? Quando si sostiene che la buona sorte, o il fato che dir si voglia, è spesso determinante per il risultato che esce dal campo? Gli appassionati sanno che ci sono ancora (se Dio vuole) partite stregate, nelle quali il pallone proprio non ne vuole sapere di entrare. Accade così che certe squadre, dopo aver dominato in lungo e in largo, siano infine messe sotto da un gollonzo dell’avversario segnato magari a tempo scaduto. 

Di questi tempi, però, il “fattore C” sembra contare sempre meno. La capacità di stringere alleanze e di infilarsi nelle conventicole giuste pare aver cancellato anche uno dei paradigmi più antichi del mondo. I tanti (troppi) taroccamenti nei quali il pianeta calcio continua a imbattersi ne sono la prova provata. La cosa grave è che, ormai, sono accettati supinamente. Tutti, o quasi, si sono piegati e continuano  piegarsi a questo andazzo.

Non resta che confidare su un ritorno, in grande stile, della mai tanto rimpianta buona sorte. Quella vera. Quella che nessuno, ma proprio nessuno, può manipolare né condizionare. Di fronte alla quale tutti, a parità di presupposti, siamo sullo stesso piano. Viva dunque il “Fattore C che, ogni volta che la nostra squadra del cuore scende in campo dipinta come la vittima predestinata, può riuscire da solo a rovesciare le sorti. A trasformare l’agnello in lupo, e viceversa.  

Sarebbe bello tornare a pensare, nel calcio come nella vita, “io speriamo che me la cavo” senza ricorrere a sotterfugi o altre meschinerie simili. Confidare, con lealtà e con sano spirito competitivo, sulle proprie sole forze e sulle pari opportunità. Continuare a sperare sull’aiuto benevolo del destino, non sempre cinico e baro come qualcuno crede che sia. 

Sergio Mutolo  www.calciopress.net

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