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Sergio Mutolo

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Cappellino Gialloblù terL’indecorosa farsa che si è recitata allo Stadio Olimpico di Roma, in occasione della Finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, è solo l’ultimo anello di una lunga catena che nessuno sembra più in grado di spezzare.

Nulla cambia nel pianeta calcio italiano, trascinato ormai verso una deriva infinita come il contesto che inevitabilmente lo condiziona. 

La pietosa sceneggiata si è svolta alla presenza delle massime autorità nazionali e sportive. A certificare l’ennesimo fallimento del sistema Italia – di cui il calcio rimane una più o meno pallida metafora – c’erano Renzi, Grasso, Malagò, Abete, Beretta, Abodi e compagnia cantando. Tutti comodamente appollaiati in tribuna d’onore.

Nella politica come nel calcio i vertici di turno non fanno che inondarci con fiumi di inutili parole, facendosi forti della connivenza di media acritici e ormai quasi insensibili al dramma nazionale che una gran parte del Paese sta vivendo, cui non seguono mai azioni concrete (“Calcio, un fiume di inutili parole“).

Quando poi nel mondo pallonaro italiota qualcosa cambia – in serie A, in serie B, in Lega Pro o in Lega Nazionale Dilettanti – cambia sempre e solo in peggio. Mai, comunque, nell’interesse dei tifosi. 

Il fatto è che per rivoltare le cose servirebbero volontà e coraggio, materie prime che nell’ex Belpaese da troppo tempo latitano e hanno lasciato il posto alla pressocchè totale indifferenza per l’abisso in cui stiamo precipitando.

Per cambiare il mondo bisognerebbe sapersi assumere fino in fondo le proprie responsabilità, saper pagare pegno per le proprie azioni. Ma nessuno sembra disposto a farlo, alle nostre latitudini.

Paradigmatico sotto questo profilo è “The Insider”, film americano del 2000 diretto da Michael Mann. Parla della guerra del tabacco che, negli anni ‘90, vide contrapposte le grandi multinazionali e lo stato del Mississippi. Il capo d’accusa era quello di attentato alla salute pubblica. Le aziende furono condannate a pagare 246 miliardi di dollari a titolo di risarcimento delle spese pubbliche sostenute per assistere e curare i fumatori ammalati di tumore ai polmoni. 

Il dottor Jeffrey Wigand (Russell Crowe), ricercatore di una multinazionale del tabacco e Lowell Bergman (Al Pacino), giornalista famoso per le sue interviste di attualità in “60 Minutes” (programma di punta della CBS) riescono a farcela quasi da soli.

Wigand è uno scienziato. La sua moralità non può più tollerare le condotte di cui è palesemente correo. Bergman lo marca stretto e lo convince a denunciare il marcio. Nessuno dei due sembra felice di ciò che è diventato. Entrambi, in fondo, hanno tradito ciò che avrebbero voluto e potuto essere. Ma, alla fine, trovano il coraggio di riscattarsi. Perché, per ritrovarsi, bisogna prima perdersi.

C’è una scena illuminante tra le tante, indimenticabili, disseminate lungo il film. Descrive l’incontro tra i protagonisti il giorno della testimonianza di Wigand che sarà decisiva per la condanna della multinazionale, ma dalla quale la sua vita sentimentale e la sua carriera professionale usciranno frantumate. Il colloquio, che si svolge sulle sponde del Mississippi, è scarno. Per giustificare grandi scelte non servono fiumi di parole.

“Che cosa è cambiato?”,  dice Wigand. “Vuoi dire da stamattina?”, ribatte Bergman. “No, voglio dire da sempre. Al diavolo, andiamo in tribunale”, chiosa ancora Wigand. Una frase che suggella una scelta morale tardiva, ma (finalmente e fortemente) etica. A costo di buttare per aria tutto. Carriera, famiglia, solidità economica, forse anche la sicurezza personale.

Il calcio e la politica sapranno mai regalarci un Wigand e un Bergman disposti a scommettere fino in fondo su se stessi in nome delle loro idee e dell’interesse generale, buttando a mare una volta per tutte egoismi e particolarismi? Questa è la domanda.

Sergio Mutolo  www.calciopress.net

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