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Sergio Mutolo

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Cappellino Gialloblù terL’Italia del calcio conta sempre meno nel panorama continentale. Superata anche dal Portogallo, è scivolata in quinta posizione nel Ranking Uefa (leggi “Ranking Uefa, istruzioni per l’uso“).

Spagna, Inghilterra e Germania sono in fuga, irraggiungibili da un inseguitore ormai spompato come la Serie A di questi tempi.

La Premier e la Liga hanno saputo imboccare per tempo la via delle riforme, dando vita a modelli organizzativi semplici e flessibili. Soprattutto quello inglese, discutibile quanto si vuole, è anni luce avanti rispetto alla spocchiosa inconcludenza italica (leggiCalcio, riforme e quella semplice regola del 24“).

La Bundesliga si è rapidamente allineata. La Germania dispone oggi degli stadi più belli e confortevoli d’Europa, ha saputo realizzare un modello vincente per la robustezza dei bilanci (quelli dei club teutonici sono i migliori dell’Unione Europea) e ha messo a punto una politica virtuosa per il contenimento del costo dei biglietti.

Il calcio italiano, viceversa, è stato mandato inesorabilmente alla deriva. Paga la mancanza di un qualsiasi modello di riferimento che non si è finora neppure cercato di costruire, forse perché richiederebbe (richiede) scelte troppo deflagranti per un paese impantanato.

Nelle stanze dei bottoni si continua ad arrampicarsi sugli specchi, affidandosi a inutili pistolotti verbali che non si traducono mai in fatti concreti. Si vuole mantenere, costi quel costi, il desolante status quo che va a vantaggio dei soliti noti.

Eppure un intervento è indifferibile. Da noi i club professionistici sono una pletora ormai insostenibile a fronte di risorse troppo limitate per poter essere distribuite a pioggia su così tante squadre.

Gli stadi sono i più decrepiti d’Europa e non invitano certo ad assistere alle partite dal vivo. Il livello tecnico è in calo verticale, perché i campioni preferiscono esibirsi davanti a palcoscenici europei più ricchi di appeal.

Il pubblico si allontana, gli stadi si svuotano. Come mai in Inghilterra, Spagna e Germania sono sempre pieni ai limiti della capienza? Da noi sembra resistere sulle barricate solo una frangia limitata di vecchi appassionati. Il ricambio generazionale, il solo in grado di assicurare il futuro di questo sport, è di là da venire.

Tutto il sistema italiano resta aggrappato al sostegno economico delle pay tv, che attraverso generosi diritti televisivi hanno coperto finora la quasi totalità dei costi. Di incrementare ticketing (gli introiti da stadio) e marketing non se ne parla proprio. Verrà il giorno che anche Sky e Mediaset si stancheranno di trasmettere partite da stadi decrepiti e desolatamente vuoti, perché anche dai salotti la gente vuole assistere a spettacoli colorati.

Nell’attesa proustiana di un modello sostenibile che imprima la svolta necessaria a un sistema avvitato su se stesso, sul nostro calcio la luce sembra vicina a spegnersi. L’anno zero è vicino più di quanto non si creda. I tifosi hanno una voglia matta di veder cambiare le cose, ma nessuno alza un dito per aiutarli.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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