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Pallone Ufficiale Nazionale 1In un precedente articolo, postato prima del Consiglio Federale che ha recepito le dimissioni di Giancarlo Abete dopo il disastro del Mondiale in Brasile (leggi QUI), Calciopress ha fatto proprio l’appello al commissariamento della Figc lanciato da Iader Iacobelli (il Direttore Editoriale di calciomercato.com). Le resistenze del movimento calcio al cambiamento di vertici che si sono dimostrati inadeguati a gestire la crisi devastante del mondo pallonaro italiano sono comprensibili, ma non giustificabili. La stampa più lungimirante continua a prendere posizione a favore del commissariamento. Dopo Iacobelli tocca ad Aligi Pontani lanciare, dalle pagine di repubblica.it, il suo appello per cambiare radicalmente regole e persone.  Anche in questo caso lo riproponiamo integralmente per quanti non l’avessero ancora letto (Sergio Mutolo).

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L’inizio della corsa alla poltrona di presidente della Federcalcio è già una fine: quella della speranza, peraltro blanda, che il sistema calcio italiano avesse capito di essere morto il 24 giugno. Non l’ha capito, invece, e quindi si ricomincia così: via Abete, sotto coi suoi fedeli collaboratori. Non importa neppure tanto fare i nomi di costoro: basti sapere che sono dirigenti di lungo corso e lunga vita, gente che da anni traffica con le tessere, abusa del proprio potere rappresentativo, inciucia con alleati funzionali a spartizioni di posti, ruoli, stipendi. La Federcalcio è un palazzo di vetro, dentro il quale ci si affanna nell’esercizio primario della conservazione. È una struttura surreale, che si è data regole di gestione, approvate dallo Stato, che consentono alle componenti di occupare territori come fossero giardini privati e all’immobilismo di regnare senza che nessuno disturbi chi manovra. È questa, d’altra parte, la ragione che ha portato a due elezioni presidenziali prive di competizione. È questa la ragione per cui in Figc non c’è una maggioranza e un’opposizione: c’è solo il potere della stasi.

Ora dal palazzo di vetro filtrano già maggioranze, cordate, ticket pronti al grande balzo sul trono più alto. Accreditano Carlo Tavecchio, anni 71, capo della smisurata Lega dilettanti da 15 (quindici!) anni pieni di guai, come sicuro vincitore in virtù del pacchetto di voti controllato dai suoi alleati. Tra questi Claudio Lotito e ben 13 dei 20 club di serie A, e il lungimirante Mario Macalli, boss della Lega Pro, uno che a 77 anni ha tuonato nei giorni scorsi l’intenzione di rottamare lui i giovani aspiranti a una stagione di riforme. Può darsi sia così, anzi, certamente è così. Resta da capire cosa ci si possa aspettare da una Federazione che pensa di risolvere con questa gente e questi propositi la crisi spaventosa che ha di fronte. Resta da capire come sia possibile che dopo decenni di mancanza assoluta di progetti, idee, azioni, qualcuno possa credere che la soluzione sia quella di affidare tutto al vice del capo che si è dimesso. Quel vice, poi.

Non c’è in giro l’uomo della provvidenza, per il massacrato pallone italiano, che piange morti e sconfitte con la stessa insopportabile ipocrisia. E il calcio non è certamente il primo dei problemi nell’agenda di un paese stremato da altre crisi, ben più feroci per la vita della gente. Ma è pur sempre un piccolo, potente spicchio di vita comune degli italiani, un pezzetto di paese che ha a che fare con la passione, e che non merita quanto gli è stato fatto. È inutile aspettarsi che siano quelli che da sempre lo gestiscono a salvarlo. Ed è quindi inutile pensare che basti indire le elezioni e vedere poi che succede. Non succederà nulla, non può, con queste regole, con uno statuto che sancisce il diritto al non fare.

Per ripartire si deve prima cambiare la Federazione, come idea, struttura, poteri. Poi si devono scegliere gli uomini e un progetto credibile di rinnovamento, come hanno fatto gli altri nel mondo: la Germania, la Francia, l’Inghilterra, il Belgio, l’Olanda, gli Usa. Serve una cosa che non piace, ma si usa quando è inevitabile. Serve un commissario.

Aligi Pontani
www.repubblica.it

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