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cappellinoNella vita niente è peggio che rifugiarsi nella nostalgia. Volgere lo sguardo a un  passato ormai esausto ostacola l’avanzata del progresso, che nessuno riuscirà mai a fermare. Uno stato d’animo negativo, dunque, perché  finirci dentro significa optare per un rimedio peggiore del male che si vuole combattere.

Il fatto è che l’assenza cronica di iniziative e una gestione strascicata hanno trascinato il calcio italiano, tra uno spezzatino indigesto e l’altro, verso un progressivo inaridimento. Se questo è il mediocre presente, quale futuro possiamo aspettarci da chi oggi siede nelle stanze dei bottoni?

Quando non ci sono stelle polari da inseguire, nè orizzonti verso i quali dirigere lo sguardo ecco farsi strada tra i tifosi il disincanto e la nostalgia. E’ insostenibile la pesantezza di un oggi in cui tutto è teso alla preservazione dello status quo, alla tutela degli interessi di pochi a scapito della moltitudine. Una deriva che innesca indifferenza e diserzione.

Il risultato è che i giovani sono come evaporati dagli stadi. L’età media degli spettatori non fa che salire. Come è obsoleto il manico, altrettanto lo sta diventando il pubblico che assiste alle partite dal vivo. Per tornare ad attrarre chi dovrebbe alimentare il futuro di questo sport che è anche spettacolo occorrerebbe uno scatto di fantasia che nessuno pare in grado di produrre.

Non è questo il calcio che vorremmo. Rifugiarsi nella nostalgia è certamente sbagliato, ma diventa ineluttabile in circostanze come queste che potrebbero però trasformarla nella molla capace di rimettere davvero tutto in discussione. E proiettare un sistema ammuffito verso un domani che non c’è.

Sergio Mutolo –  www.calciopress.net

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