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Napoli________Tabellone Serie A Tim 1Una tra le maggiori criticità del sistema calcio italiano è l’oggettiva ridondanza delle squadre professionistiche  iscritte ai campionati di competenza (102) a fronte di ormai troppo esigue risorse economiche a disposizione.

I proventi del mondo pallonaro, in carenza di strategie efficaci di marketing e considerato il crollo progressivo del ticketing (anche per l’obsolescenza degli stadi), si riducono in buona sostanza ai diritti tv erogati dalle televisioni a pagamento.

Senza i generosi contributi di Sky e Mediaset, il castello di carte messo in piedi dai soliti noti sarebbe crollato già da un pezzo. 

La crisi incombente è certificata dal crac del Parma, la prima società di serie A che potrebbe essere costretta al ritiro dal campionato per inadempienze economiche (QUI), fatto salvo il provvidenziale ricorso a un fallimento pilotato (QUI). La prova provata che questo stato di cose non è più sostenibile alla luce delle attuali risorse finanziarie. 

Si tratta dunque di modificare a tamburo battente il format dei campionati. Di procedere, il prima possibile, a una drastica riduzione delle società incluse in un sistema esageratamente pletorico rispetto ai tempi che corrono.

In assenza di idee e/o di scatti di fantasia, del tutto latitanti tra i brontosauri che occupano da lustri le stanze dei bottoni, sarebbe utile e opportuno necessario rifarsi a quei modelli organizzativi che in Europa hanno dimostrato di funzionare.

Sotto questo profilo il sistema inglese è, a nostro parere, sicuramente vincente. Oltre Manica è stato messo a punto un modello agile e semplice da gestire. Per tempo (a far capo dal 1992) è stata decisa la scissione in due Leghe. La prima corrispondente alla nostra serie A e la seconda che include le tre serie nazionali professionistiche (dove vige la regola del 24, applicata anche alle categorie dilettantistiche). 

Il risultato è un modello che comprende 92 squadre (10 in meno del nostro), flessibile e controllabile ai vari livelli. Anche e soprattutto per quanto riguarda i necessari controlli sullo stato finanziario dei club.

La FA Premier League include solo i 20 club della massima serie. Tutte le altre società professionistiche (72) fanno parte della Football League, che comprende: la Championship (la nostra serie B, 24 squadre), la FL One (la nostra attuale Prima Divisione, 24 squadre) e la FL Two (la nostra ex Seconda Divisione, soppressa dalla riforma della Lega Pro voluta da Macalli, 24 squadre).

Tutto il resto del calcio inglese rientra nel mondo dilettantistico della Football Conference (omologa della nostra pletorica Serie D), divisa in: Conference National (24 squadre), Conference North (24 squadre) e Conference South (24 squadre). 

I passi da attuare per omologarsi al modello inglese sarebbero dunque:

1) la scissione tra la Serie A e le altre categorie professionistiche;
2) la riduzione globale dei club inclusi nel calcio professionistico per una più equa distribuzione delle risorse;
3) l’accorpamento nella stessa Lega delle società iscritte alla seconda, terza e quarta serie;
4) la revisione del sistema dilettantistico, a sua volta ridondante e affatto sostenibile sotto il profilo economico.

Il fatto è che a una riforma bisogna comunque arrivare e si deve farlo quanto prima. La questione del metodo diventa (quasi) secondaria rispetto all’urgenza del fare.

Vista l’aria che tira poco importa ispirarsi alle linee guida del (vincente) sistema inglese o di un diverso modello organizzativo europeo o di un’altra formula ancora (per esempio sostituendo al numero 24 inglese il 18, con un calo più consistente dei club professionistici).

Non è più tempo di lottare per le poltrone, ma di salvare il sistema calcio italiano. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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