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Tifosi Forlì a LuccaNavigando in internet abbiamo intercettato una bella riflessione di Claudia Marrone (“Forlì, amore biancorosso: in trasferta solo padre e figlio”), corredata da una splendida foto tratta da Facebook che ci permettiamo di pubblicare a nostro volta. Compare sul sito tuttolegapro.com. La potete leggere integralmente QUI. Già in passato Calciopress aveva raccontato una storia simile a quella vissuta in Lucchese-Forlì. Anche allora l’occasione fu una partita giocata in Prima Divisione, a conferma del ruolo delle serie minori nel perpetuare l’amore per il calcio (“La favola del Portogruaro e quel tifoso solitario a Pescara”, 10/5/2010). La prova provata che i tifosi sono il lato più etico del calcio e se ne infischiano altamente delle molteplici contaminazioni che stanno facendo marcire questo sport bellissimo a partire dalle sue fondamenta. Vorremmo condividere l’articolo, che riportiamo integralmente, con i nostri lettori (Sergio Mutolo).

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29a giornata di Lega Pro che, nonostante debba ancora ultimarsi con le gare odierne dei tre gironi, ha già i due vincitori: i due tifosi del Forlì che ieri, incuranti dell’essere gli unici, sono arrivati a Lucca per supportare la squadra biancorossa. Un giovane padre con il figlio che, a occhio e croce, non ha oltre i sei anni.

Si, la 29^ giornata l’hanno vinta loro. L’ha vinta lui, quel papà che decide di farsi chilometri insieme al figlioletto, quel papà che preferisce seguire dal vivo la squadra della proprio città piuttosto che le blasonatissime squadre di serie A dalla tv, che vuole insegnare al bimbo cosa significhi vivere uno stadio, sentire sulla proprio pelle le emozioni di cui trasudano quei gradoni, che da anni vedono scorrere la storia dei club.

E l’ha vinta quel bambino, con tanto di sciarpa al collo che sventola una bandiera quasi più grande lui, ma che forse un domani gli ricorderà che il calcio tante volte può essere appartenenza.

E con questa immagine di una bellezza e poesia immensa, che ogni parola rischierebbe di rovinare non arrivando mai a descrivere i brividi trasmessi, non contano più i palazzi, le fondazioni, Lotito e Macalli, le penalizzazioni e tutto il marcio che c’è nel calcio, conta solo lo strafottente orgoglio di gente comune che ancora ci spera. Che spera che quei 90’ siano ciò che ti permette di buttare giù quello che il regista Virzì chiama“ovosodo”, il magone settimanale di un momento storico sicuramente difficile, che spera che il mondo possa arrivare a capire che il calcio non è “22 persone che rincorrono un pallone”, che spera un domani di poter dire “quella volta c’ero anch’io” con gli occhi illuminati di gioia.

E allora, tutti i benpensanti maestri che dietro facciate di legno impossibili da scalfire continuano a vedere la palla che rotola sull’erba come mero motivo di guadagno, è meglio che inizino a riflettere. Magari a lezione di tifo dal bambino forlivense”. 

Redazioneweb – www.calciopress.net

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