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Cameramen SKY_02Anche in Premier League c’è un problema di competitività.   Il campionato è altrettanto squilibrato quanto quello della nostra Serie A (“Premier, un torneo poco equilibrato?”).

Ci sono però altri aspetti (in apparenza?) molto positivi, tali da riuscire a compensare quelli più opachi.

Il massimo campionato inglese è ormai diventato un marchio globale. Un vero e proprio brand, tanto per ricorrere a un termine fin troppo abusato in ambito aziendale.

Bisogna uniformarsi visto che il calcio è ormai diventato un’azienda, anche se del tutto speciale in quanto trainata dalla passione dei tifosi (“Tifosi,il lato più etico del calcio“).

La Premier League si è trasformata in un brand appetibile che catalizza forti investimenti dall’estero e che esporta diritti televisivi in tutti i paesi del globo. In tal modo rappresenta una fonte di introiti fondamentale e influisce positivamente sulla bilancia dei pagamenti britannica.

Molti dei migliori calciatori del mondo trovano nella Premier la loro stella polare. Decidendo di giocare con club inglesi questi fuoriclasse, i cosiddetti top players, contribuiscono a valorizzare ulteriormente il marchio.


Ecco così che, mentre gli stadi della Serie A italiana si svuotano paurosamente e l’appeal dei nostri club a livello internazionale continua a precipitare,  il numero di appassionati del calcio inglese a livello globale è diventato imponente.

In molti paesi, anche del lontano Oriente, c’è un numero crescente di persone che si dichiara tifoso di un club di Premier. Tutto accade grazie alla diffusione del marchio favorita dalle pay tv che, a colpi di diritti televisivi milionari, stanno però trasformando i tifosi in semplici spettatori.

E’ davvero questo il calcio che vorremmo, trainato non più dai tifosi ma da agiati teleutenti da salotto?

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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