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Hellas Verona - Tifosi scaligeriPer quali ragioni si riesce a rimanere legati alla squadra del cuore per una vita intera? Cosa significa, nel calcio, il senso identitario dell’appartenenza? In un recente passato, per dare risposte a quanti si avvicinano a questo sport in modo talvolta troppo superficiale, Calciopress ha usato come paradigma i tifosi dell’Hellas. I “butei” li abbiamo potuti conoscere molto a fondo durante la caduta agli inferi in terza serie nazionale. Un periodo lungo e tormentato durante il quale l’indomita passione dei “butei” non venne mai meno, al Bentegodi  come in trasferta. I tifosi dell’Hellas ci aiutarono a spiegare il calcio che vorremmo, il calcio sognato dei sognatori. A questo proposito riportiamo un articolo pubblicato sulla nostra testata il lontano 1 febbraio 2010, per condividerlo ancora una volta con i nostri lettori (Sergio Mutolo).

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Calciopress si è molto occupato e si occupa dell’Hellas Verona. Ma, soprattutto, del rapporto incontaminato tra i tifosi scaligeri e le maglie gialloblù che si portano dentro da una vita. 

Dopo la retrocessione in serie C – quella che il presidente Mario Macalli ha voluto chiamare Prima Divisione della Lega Pro, ma resta sempre la vecchia (e scalcinata) terza serie nazionale – i fantastici “butei” non hanno mai neppure lontanamente pensato di abbandonare al suo destino l’amato Hellas. 

Anche se gioca, ormai da tre anni, in una categoria molto diversa da quelle che ha frequentato per 64 lunghi anni di storia (nel corso dei quali si è fregiato anche del titolo di Campione d’Italia). Anche se ha dovuto affrontare formazioni sconosciute, dal nome quasi impronunciabile.

Perché si diventa tifosi di una squadra di calcio? Perché a quella si rimane fedeli per tutto il corso della vita? Ebbene, i fantastici “butei” dell’Hellas ci aiutano a comprenderne meglio le ragioni. A spiegare il calcio a chi è incapace di carpirne la vera essenza.

Le ragioni dell’amore che lega ogni vero tifoso alla sua squadra del cuore restano misteriose. In tanti hanno cercato di spiegarle a chi considera ancora il calcio uno stupido gioco in cui ventidue uomini in mutande si danno da fare per inseguire un pallone su un prato verde.

L’autorevolezza di quanti si sono impegnati in questo compito – l’elenco si allunga di anno in anno e comprende nomi prestigiosi – rende conto della difficoltà del compito. Il fatto è che il calcio resta, sostanzialmente, una magia. Come accade per ogni sortilegio, non ci si può limitare a darne mere interpretazioni. Bisogna viverlo. Anzi, saperlo vivere.

In quanto all’essere tifosi, quale testimonianza migliore della prova d’amore che continuano a regalarci nel tempo i fantastici “butei” dell’Hellas?

Per spiegare il perché di questo attaccamento, che esprime un sostegno alle maglie di forte valenza etica e ci riscalda il cuore in tempi comunque difficili, rubiamo le parole al poeta Giovanni Raboni (1932-2004) per dedicarle agli impagabili tifosi gialloblù.

“Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. E’ un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco”.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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