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Sergio Mutolo

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Pallone-ufficiale-Lega-PROPer la terza serie nazionale l’elezione di Gabriele Gravina sarà lo snodo decisivo per avviare l’era delle attese e necessarie riforme? I problemi su tappeto sono tanti, forse troppi (QUI, QUI e QUI). Il possibile asse con Abodi, da tempo alla ricerca di un alleato che gli consenta di vincere le resistenze di una serie A concentrata unicamente sulla spartizione dei diritti televisivi per cambiare la Serie B, sarebbe un bel punto di partenza (QUI). La vecchia serie C è impantanata da anni in criticità irrisolte, che affondano le radici nella mancata definizione di una vera mission. Riproponiamo a questo scopo una riflessione postata su Calciopress nell’agosto del 2010, quando il presidente era ancora Macalli, che ci sembra quanto mai attuale (Sergio Mutolo).

Il grande bluff della Lega Pro
(07/08/2010)

Tempus inesorabile fugit. Quando nell’assemblea del 19 giugno 2008 il presidente Mario Macalli cancellò la vecchia serie C per sostituirla con la nuova Lega Pro, non si aspettava certo a due anni di distanza di trovarsi in pieno marasma.

Con un semplice maquillage Macalli aveva cassato la C1 e la C2, sostituendole con la Prima e la Seconda Divisione. Dopo ventiquattro mesi, il castello di carte costruito a tavolino si sta paurosamente sfaldando.

Il “cambiamento epocale” promesso non è stato realizzato. Di una categoria organizzata “sul modello delle leghe inglesi” non si è mai vista traccia. Nessuno dei problemi che assillavano la vecchia serie C ha trovato una soluzione. Al contrario. L’istituzione della Lega Pro ha segnato l’inizio della fine.

Oggi la Lega di Firenze esce dall’oscuramento mediatico in cui è stata confinata per anni e si pone all’attenzione generale per uno sfascio senza precedenti nella storia del calcio italiano. Sono state 20, sulle 90 aventi diritto, le società rimaste intrappolate nel sistema delle Licenze nazionali varato dal nuovo statuto federale della Figc di Giancarlo Abete e perciò escluse dai campionati di competenza.

ripescaggi sanciti dal Consiglio federale del 4 agosto hanno cercato di mettere una pezza, ma il format è diminuito di cinque squadre. Le 19 società iscritte in seconda istanza saranno deferite e gravate da punti di penalizzazione che interferiranno con la classifica dei gironi. Questa la situazione nuda e cruda. Dati e numeri molto inquietanti. La Lega Pro è a pezzi.

Finchè a decidere i destini di una categoria da lustri alla canna del gas era solo la Covisoc, le società si sono in qualche modo arrangiate. Nel momento in cui sono scese in campo la Commissione Criteri Infrastrutture e la Commissione Criteri Oganizzativi, organi di controllo che richiedono requisiti professionistici a tutto tondo, è come se il bluff messo in piedi da una Lega inadeguata rispetto ai tempi e ai problemi incombenti fosse stato improvvisamente svelato. Solo pochi club avevano in mano delle buone carte per giocarsi la partita.

Quali i nodi irrisolti? Le società iscritte, calate da 90 a 85, hanno in gran parte difficoltà economiche croniche. Le crisi e i fallimenti in corsa si sprecano, falsando l’esito dei gironi spesso affidato alle decisioni della Giustizia sportiva e alla buona sorte. Le classifiche, in certi momenti del campionato, sono solo un’opinione. Gli impianti sono fatiscenti e costringono a veri e propri salti mortali per disputare regolarmente le partite di campionato. I divieti di trasferta si sprecano.

In buona sostanza, il modello inglese vaticinato da Macalli per la Lega Pro non è mai partito. Ticketing? Marketing? Sponsorizzazioni? Solo scatole vuote in terza e quarta serie nazionale. Viene da chiedersi se il presidente Macalli, che il 19 giugno 2008 parlava di leghe inglesi, sia mai stato in uno stadio della Football League 1 e 2 (corrispettivi della nostra Prima e Seconda Divisione).

Il problema di fondo resta uno solo. Per la serie C (o Lega Pro che dir si voglia) non è mai stata individuata una mission per dare un senso ai campionati, che hanno finito per avvitarsi su se stessi travolti dalla crisi economica generale e dalla inarrestabile deriva del calcio italiano.

Tracciare la strada da percorrere è il presupposto per affrontare qualunque viaggio. Si sarebbe trattato di avere il coraggio di rifondare una categoria sprovvista di una sua propria identità. I vertici federali, non solo il presidente Macalli, avrebbero dovuto approfittare della circostanza per cambiare il calcio italiano partendo dalle sue ormai logore fondamenta.

Sarebbe occorsa la lungimiranza di tagliare drasticamente il format, limitandolo a  numero tale da consentire i controlli e le certificazioni che stanno alla base di un risultato sportivo basato su criteri di lealtà (verifica dei bilanci, idoneità degli impianti, rispetto scrupoloso delle regole, equa distribuzione delle risorse, sussidiarietà e quant’altro). Si sarebbe dovuto provare da subito a ricostruire una serie C che fungesse da vivaio per le categorie superiori e da collante per un contesto che torni a riempire lo stadio della propria città come era una volta.

Esattamente quanto fatto, da e per tempo, in Inghilterra. In Italia gli anni volano, le occasioni non vengono prese al volo, i treni sono lasciati passare senza mai salirci sopra e non succede mai nulla di nulla. Tempus inesorabile fugit.

Sergio Mutolo –  www.calciopress.net

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