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Sergio Mutolo

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GuantiL’elezione di Gabriele Gravina avrebbe dovuto rappresentare lo snodo decisivo per avviare riforme fin qui disattese. La vecchia serie C è da lustri impantanata in criticità irrisolte, che in ultima analisi affondano le radici nella mancata definizione di una mission condivisa e sostenibile.

IL MODELLO DELLE LEGHE INGLESI. I cambiamento epocali tante volte promessi nel corso degli ultimi due decenni  sono ben lungi dall’essere stati realizzati. Già durante l’era Macalli si parlava di una categoria organizzata sul modello delle leghe inglesi, ma (quasi) nessuno dei problemi che assillavano la vecchia serie C ha trovato una soluzione.

I NODI IRRISOLTI. Le società iscritte sono troppe e spesso gravate da difficoltà economiche croniche. Le crisi e i fallimenti in corsa si sprecano. Il risultato sportivo è troppo spesso affidato alle decisioni della Giustizia sportiva e alla buona sorte. Le classifiche, in certi momenti del campionato, sono solo un’opinione. Gli impianti sono inadeguati e fatiscenti. I divieti di trasferta si sprecano. Gli stadi restano paurosamente vuoti.

LE OCCASIONI PERDUTE. In buona sostanza il modello inglese, a suo tempo vaticinato dallo stesso Macalli, in Lega Pro non è mai partito. Ticketing? Marketing? Sponsorizzazioni? Radicamento sul territorio? Fin qui solo parole vuote, in terza serie nazionale. Viene da chiedersi se, a proposito di leghe inglesi, qualche dirigente della terza serie nazionale abbia mai fatto un viaggio di studio da quelle parti per entrare in contatto con realtà davvero vitali ovvero sia mai entrato in uno stadio della Football League 1 (corrispettivo della nostra Prima Divisione).

LA MISSION DELLA LEGA PRO. Il problema di fondo resta uno solo. Per la serie C (o Lega Pro che dir si voglia) non è mai stata individuata una mission in grado di dare un senso ai campionati, che hanno finito per avvitarsi su se stessi travolti dalla crisi economica generale e dalla inarrestabile deriva del calcio italiano.

IL TEMPO DELLE RIFORME. Sarebbe occorsa da tempo la lungimiranza di tagliare drasticamente il format, approfittando dei buchi di bilancio, senza ricorrere di continuo ai deleteri ripescaggi. Limitare il numero dei club iscritti avrebbe consentito i controlli e le certificazioni che stanno alla base di un risultato sportivo basato su criteri di lealtà. La verifica dei bilanci, l’idoneità degli impianti, il rispetto scrupoloso delle regole, l’equa distribuzione delle risorse e la sussidiarietà non possono essere più considerati allo stato delle cose dei meri optionals.

Esattamente quanto fatto, da e per tempo, in Inghilterra. In Italia invece gli anni volano, le occasioni si sprecano, i treni vengono lasciati passare senza mai salirci sopra. Tempus inesorabile fugit. E tutto finisce per restare come prima.

Sergio Mutolo –  www.calciopress.net

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