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Portiere Chi è tifoso non smetterà mai di esserlo, per tutta la durata della sua vita. Ha scritto Giovanni Raboni, poeta, che si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita.

La passione per le maglie è un fiore che sboccia all’improvviso. Non appassirà mai più, per trasformarsi in un amore trascinante e perenne. Una magia. Un fenomeno impossibile da spiegare a chi non ha mai provato questo genere di sensazioni.

Accade però che il calcio del terzo millennio, esausto e snervato, si avvicini pericolosamente al capolinea. Il mondo pallonaro, ormai intrappolato in una precarietà senza fine e asservito a pay tv sempre più intrusive, ha perso slancio e fantasia. L’esito “triste solitario y final” di questa deriva è la progressiva emarginazione delle falangi di tifosi che ancora ci credono ma che si trovano messi all’angolo, come un pugile suonato.

I giovani sono scomparsi dagli stadi. L’età media degli spettatori continua a salire. Tanto è vecchio il manico quanto lo è il pubblico. Come sperare di attrarli, i giovani disincantati degli anni duemila, se manca quel pizzico di follia in grado di riportarli sui gradoni di uno stadio?

La crisi è ancor più palpabile in Lega Pro. Una categoria negletta che, dal prossimo anno, il presidente Gabriele Gravina ha deciso che tornerà a chiamarsi Serie C. Un tuffo al cuore per vecchi appassionati come me che del calcio di terza serie si sono nutriti, tra alti e bassi, nei migliori anni della loro vita.

Stavolta ero convinto che l’estate sarebbe scivolata via senza sussulti. Che la Viterbese non avrebbe avuto problemi. Che avrei potuto godere appieno di questo ritorno al passato. Da stagionato cuore gialloblù, e dopo innumerevoli lustri di cocenti delusioni, avevo quasi confidato nel miracolo.

L’approdo a Viterbo di Piero Camilli (grande uomo di calcio), la ripartenza dal campionato di Eccellenza con una società ripulita dalle vecchie scorie, la promozione in Lega Pro e la naturale inclinazione del patron verso progetti a medio-lungo termine (Grosseto) mi avevano fatto pensare a un rinascimento del calcio nella città della Tuscia.

Non sembra che le cose stiano andando così. Il presidente vuole staccare la spina.

Resterà incompiuto un progetto che prevedeva di portare la Viterbese in Serie B, per la prima volta nella sua lunghissima storia trascorsa navigando a vista nelle serie minori. Un obiettivo che soltanto Camilli sarebbe realisticamente in grado di centrare a queste latitudini.

Eppure ci speravo, e anche tanto. Avevo fiducia che un uomo di questa tempra, spinto (follemente?) dalla passione per i colori della sua terra, sarebbe riuscito a vincere una scommessa impossibile e regalare ai tifosi della Viterbese un sogno.

Ma una cosa è essere tifoso di una squadra, tutt’altra cosa esserne il presidente (“La Viterbese, Camilli e certi amori“).

A mia memoria ho il ricordo nitido di un solo presidente tifoso nella lunga e tormentata storia gialloblù. Sto parlando di Enrico Rocchi, ovviamente. Al quale, non a caso, è intitolato lo stadio dove gioca il club. Altre storie, altri tempi, altre persone.

Mi sento di ringraziare comunque Piero Camilli per averci provato nonostante la sostanziale apatia del contesto, che però non poteva non conoscere essendo un uomo della Tuscia. Un atteggiamento mentale, reso opaco da scelte forse opinabili, che ha permesso a centinaia di vecchi innamorati delle maglie gialloblù di coltivare almeno la speranza.

A prescindere dal presidente di turno, il cui ricordo volerà presto via dalla mente dei tifosi, quale senso ha la precaria vita degli umani se non possono attaccarsi a un filo di speranza?

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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