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Gambe & Pallone 4La situazione, in casa Viterbese, non si sblocca. Il patron Piero Camilli ha ribadito in ogni occasione possibile la sua intenzione di chiudere con il calcio e di lasciare la guida del club laziale dopo quattro anni (di cui tre trascorsi in Lega Nazionale Dilettanti).

Una decisione più che rispettabile, per carità, se scaturisce da stanchezza per il mondo pallonaro. Non per nulla il supporto economico del club è posto a suo esclusivo carico.

Nondimeno cresce l’ansia in quanti si portano dentro, da una vita, i colori gialloblù. Quelli della mia generazione proprio non ce la fanno a rassegnarsi alla malasorte che li perseguita.

Vorrebbero ribellarsi al destino cinico e baro che non consente a una città come Viterbo di avere un club stabilizzato nella governance e nelle strutture sportive. Obiettivi programmabili se prevalesse una visione di sistema. Compatibili con il mantenimento, quanto meno, della terza categoria professionistica del calcio italiano.

Quelli della mia generazione si sono illusi che con l’arrivo di Piero Camilli, solido imprenditore e viterbese doc oltre che uomo di calcio, si fosse finalmente aperto un ciclo virtuoso anche per noi.

Invece per l’ennesima volta, nella “grande storia” del club, si potrebbero ritrovare con il solito pugno di mosche in mano se il patron non cambierà idea dopo aver vaticinato lo storico salto in B per la città della Tuscia. Si ritroverebbero in balia di chissà chi per essere trascinati in paradiso o all’inferno, a seconda dei casi.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Uno sport come il calcio, che si nutre della passione dei tifosi, è un’azienda atipica. La sua sopravvivenza richiede, a ogni latitudine, il sostegno di forti contenuti etici a tutti i livelli. Merce assai rara da reperire in questi tempi oscuri.

Avevamo sperato che la famiglia Camilli potesse diventare il “nostro” Rozzi, patron dell’Ascoli per quasi tre decenni. Che riuscisse a costruire nella Tuscia un modello di calcio fortemente radicato nel territorio.

Una pia illusione. Sotto questo aspetto l’unico presidente transitato dalle parti di Viterbo che si è identificato con la tifoseria gialloblù è stato, a mia memoria, l’indimenticato Enrico Rocchi. A lui, non a caso, è intitolato lo stadio comunale.

La differenza tra chi è tifoso e chi non lo è (ma può ritagliare per sè il ruolo di presidente) sta nel fatto che, per il tifoso, certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Sarà così anche questa volta.

La tempesta sfumerà. Si dovrà ripartire da zero, in un modo o nell’altro. Ma il mio vecchio cuore gialloblù continuerà a battere, sempre e comunque, per queste maglie. A prescindere dal Camilli di turno e dalla categoria in cui la Viterbese sarà costretta a giocare.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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