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GuantiNel campionato di Lega Pro, che tornerà a chiamarsi serie C secondo la volontà del presidente Gravina, le maglie sono di fatto in balia di chi decide di mettersi alla barra di comando.

In molti casi i club si possono trasformare in (più o meno fragili) navicelle che affrontano il mare aperto e procelloso di una categoria problematica, con il rischio di imbarcare acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a tappare una falla, che subito se ne apre una nuova.

Il fatto è che l’azienda calcio è tutto fuorché un’azienda normale, perché si fonda sulla passione dei tifosi e sull’etica di chi occupa le stanze dei bottoni. A maggior ragione lo è la C, una categoria priva dei sussidi e delle iniezioni di liquidità sui quali possono ancora contare i club iscritti alle serie superiori. I (famigerati) diritti tv, che in qualche modo permettono alle società di A e di B di rimanere a galla nonostante tutto.

Latita in Lega Pro, per sovrappiù, anche il minimo sindacale di comunicazione e di visibilità mediatica che sarebbe necessario per tenere informato il tifoso sul destino della squadra del cuore. Tutto si svolge sotto traccia.

E così in terza serie nazionale, come inevitabile conseguenza di controlli non sempre congrui rispetto alle troppe criticità, i fallimenti si accavallano con regolarità quasi svizzera. La sopravvivenza dei club resta una variabile appesa agli  umori  fumini del presidente di turno.

Paradigmatica la vicenda della Viterbese, società economicamente a posto che ha disputato i playoff. Il futuro del club gialloblù dipende dalle decisioni del suo presidente, Piero Camilli (“Viterbese, Camilli e il sogno gialloblù” e “Viterbese, Camilli e certi amori)”. Il 30 giugno l’imprenditore di Grotte di Castro ha iscritto la squadra per scongiurare il fallimento, ma non ha ancora sciolto la prognosi. Rimarrà in sella controvoglia oppure ci sarà una cessione all’ultimo tuffo?

Il destino della Viterbese è dunque non solo nelle mani del suo presidente (libero di fare quello che meglio crede) ma, anche, della buona sorte. Dipenderà, in ogni caso, dal tipo di scelta. Soprattutto se la società dovesse finire a una “cordata romana”, come si vocifera. Una soluzione che, nella “grande storia” del club laziale, non è stata quasi mai foriera di risultati apprezzabili e soprattutto duraturi. Tutt’altro. Non proprio una chiusura in bellezza, per il patron, a voler essere generosi.

Ai tifosi sempre più disillusi e disincantati, canne al vento travolte da un destino cinico e baro che in questo caso prescinde dalla oggettiva solidità economica di un patron viterbese doc su cui si faceva conto, e per molti anni a venire, non rimane che rimettersi al fatidico “io speriamo che me la cavo”. Poi dicono che la passione scema e gli stadi si svuotano.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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