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La terza serie nazionale, ogni estate, si trova costretta a ricominciare da capo. Latita quel senso di continuità che riesce a dare un significato (una mission?) a qualsiasi categoria calcistica.

Le regole cambiano in continuazione. La Serie C di Gabriele Gravina, che ha preso il posto della Prima Divisione di Lega Pro, è un laboratorio che non si ferma mai.

I tifosi storici, con l’eccezione di quelli di club in transito  passeggero, sono condannati a una sorta di spaesamento infinito.

Quest’anno gli over tesserabili sono scesi da 16 a 14, ma (per dare un contentino all’Aic?) si è concessa alle società la possibilità di conteggiare in surplus calciatori fidelizzati e calciatori bandiera. Le sostituzioni sono salite da tre a cinque.

Cassate le retrocessioni dirette, salvo nei casi in cui il distacco sia superiore a otto lunghezze. Complicatissimo il meccanismo dei playoff. La finalissima, per ragioni meno chiare di quando fu scelto l’anno scorso il Franchi di Firenze, si disputerà a Pescara.

Se a questo aggiungiamo l’incredibile tormentone del format – che dai 56 club ufficializzati dal Consiglio Federale è salito prima a 57 (ripescaggio del Rende) e poi a 58 (riammissione della Vibonese), con due gironi monchi (a 19 squadre) e uno a 20 (il C) – il caos per tifosi e addetti ai lavori è totale. Altro che radicamento sul territorio.

In questo modo la terza serie nazionale, pur avendo potenzialità e prerogative del tutto peculiari nel desolante panorama calcistico italiano, non riuscirà mai a trovare una sua specifica identità nè tanto meno a decollare.

In parole povere, la Serie C è bella ma non balla.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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