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Sergio Mutolo

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I tifosi sono una razza a parte. Ben lungi dal considerarsi gli utenti finali del “prodotto calcio”, si sentono i veri depositari delle maglie e dunque i loro unici tutori. Quando riempiono le gradinate di uno stadio per sostenere la squadra del cuore lo fanno, soprattutto, per riaffermare questo senso identitario. Un rito che si ripete in tutte le latitudini del globo, seppure in forme e modi diversi. Per questo il football, ancora oggi, è il gioco più seguito e amato al mondo.

L’amore-umore dei tifosi è il termometro con cui si deve confrontare chiunque decida di prendere in mano le redini di una società di calcio. Un club, piccolo o grande che sia, appartiene alla città e dunque ai cittadini-tifosi. La sua storia diventa “la grande storia del club”.

Il fatto è che nel calcio, esattamente come nella vita, c’è un disperato bisogno di etica. Per i tifosi, che del calcio sono il lato etico, potersi affidare a figure di riferimento carismatiche sarebbe un’ipoteca sul futuro del club e sulla sua sopravvivenza nel tempo. Il sistema, viceversa, sembra il più spesso popolato da dilettanti allo sbaraglio. O, peggio ancora, da personaggi obliqui che non hanno un briciolo di passione.

La passione che invece spinge i tifosi, candidi e immarcescibili Peter Pan, a iniettare etica in un sistema contaminato oltre ogni ragionevole misura dal business sfrenato che potrebbe farlo scivolare verso la fine. Ancora e pervicacemente, nonostante tutto,  sono innamorati persi delle maglie.

Il lato etico  non viene mai meno al tifoso nel corso della vita, qualunque cosa accada. Dà senso e continuità alla “grande storia” di ogni club, a prescindere dai numeri, sempre e comunque.

Il coinvolgimento etico dei tifosi non può continuare a essere tradito nè tanto meno emarginato, come viceversa sta accadendo, pena lo svilimento del calcio. Perché il calcio è uno sport con l’anima e la sua anima sono i tifosi, che ne scrivono la storia attraverso la “grande storia” dei singoli club.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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